Io, Marino Di Loro, metalmeccanico in pensione, sindacalista pentito, vedovo della mia Nerina, padre di Vanni, Renzo e Nina, in pieno possesso delle mie capacità mentali, che comunque sono sempre state poche e quindi non c’è da vantarsi, c’è solo da accontentarsi, richiedo anzi pretendo che nulla di quello che possiedo, che comunque è poca cosa, quasi come le mie capacità mentali, venga dato ad alcuno dei miei figli sopra scritti nel momento in cui morirò, e colgo l’occasione per dichiarare che quel momento è abbastanza vicino, perché appena troverò il modo giusto per uccidermi mi ucciderò, ma anche se non mi ucciderò, perché può darsi che nessun tipo di suicidio vada bene per me dal momento che ho gusti difficili, le pillole sono da vigliacco, la rivoltella non ce l’ho, buttarmi da un palazzo non mi ispira perché soffro l’altezza, se anche non mi suiciderò morirò comunque tra non molto, me lo sento, non che sia stato visitato da un medico, nessuna diagnosi, però io non ho bisogno di diagnosi, mi bastano le sensazioni, specie quando le sensazioni sono le mie, e la mia sensazione è che il mio corpo, per la fatica di continuare a vivere e per la disperazione di non trovare motivi per non uccidersi, si sta disfando, si sta sfilacciando, si sta bucherellando, le mie cellule si stanno allontanando una dall’altra lasciando miliardi di spazi vuoti in mezzo, e con questi spazi vuoti cellulari non si può vivere, si può solo morire, e infatti io morirò, tempo pochi giorni e in un modo o nell’altro morirò.

Il motivo per cui io, Marino Di Loro, non voglio lasciare niente a nessuno dei miei figli è molto semplice: non si meritano niente. Anzi, di più: si meritano solo di vedere che non gli lascio niente, a nessuno di loro. Quindi farò avere a Vanni, Renzo e Nina una copia di questo documento scritto nel pieno possesso delle mie poche capacità mentali, in modo che sappiano quanto li schifo, se ancora non lo sanno, ma tanto lo sanno. Nessuna copia del documento invece sarà consegnata a quel mercenario del notaio Bisi, che da quando sa che sto per morire o per suicidio o per disfacimento cellulare mi gira intorno come un avvoltoio, ma lo fa inutilmente: io non lo pagherò per scrivere al mio posto un testamento vero e ufficiale quando basta un testamento finto e ufficioso, un testamento in cui richiedo anzi pretendo che non venga lasciato niente di niente ai miei miserabili figli.

Niente a te, Vanni, perché è soprattutto per colpa tua se Nerina, la mia Nerina è morta. Non che tu abbia delle responsabilità dirette, questo no, se è per questo non hai nemmeno desiderato che morisse, forse ti è addirittura dispiaciuto per un po’, anche se solo nel modo distratto e strafottente che metti in tutte le cose, compreso il dispiacere. Ma con tutti i guai che hai combinato e che lei ha dovuto sistemare o almeno cercare di arginare, con tutti i debiti che lei ha ripianato, con tutti gli uomini furiosi che lei ha fermato promettendo soluzioni impossibili mentre venivano a punirti per questioni di donne o di soldi o per quel progetto di pale eoliche a basso impatto che era tutta una truffa, tu la mia Nerina l’hai avvicinata sempre di più alla morte, l’hai spinta verso il burrone, e alla fine non hai avuto nemmeno la decenza di caderci dentro insieme a lei, sei rimasto sul bordo, e te ne stai ancora lì, vivo, distratto, truffatore, eolico e strafottente, con una moglie che ride come una scema bevendo troppi aperitivi e due figli che non ridono mai ma sono scemi lo stesso.

Niente a te, Renzo, perché ti sei sempre sentito più puro e migliore di tutti, anche della mia Nerina che era mille chilometri superiore a te, e ti voleva così bene che ti lasciava credere che eri davvero tu il più puro, e invece non eri il più puro, eri solo il più superbo, e credevi e forse credi ancora che basta leggere i libri islandesi o svedesi per poter guardare tutti con quell’aria da maestro di vita, e non hai voluto aiutarci mai, sempre chiuso nella tua stanza piena di inutile cultura danese o finlandese, e quando Nerina veniva a bussare alla tua porta piano per non disturbarti, neanche stessi salvando il mondo di nascosto, tu dicevi che non potevi proprio fare nulla per noi, che eri contemplativo e puro spirito, qualsiasi cosa significhi, probabilmente niente, o almeno nulla di sensato, solo coglionate, e anche quando quell’unica volta che la mia Nerina era sfinita e ti ho detto io di venire fuori dalla stanza perché i cupi volevano prendere Vanni e sfigurarlo tu nemmeno mi hai risposto, hai continuato a bisbigliare versi groenlandesi come il coglione che sei, e infatti bella fine che hai fatto: vivi solo e insegni materie che odi a bambini che ti odiano, e fanno bene a odiarti, e tu pensi che ti odiano perché non ti capiscono e invece loro ti odiano proprio perché ti capiscono benissimo, come me, pure meglio di me.

Niente a te, Nina, perché anche se sei diversa dai tuoi fratelli, questo te lo concedo e l’ha sempre saputo anche la mia Nerina, che è stata anche la tua Nerina e che invece non è stata la Nerina dei tuoi fratelli, di nessuno dei due, anche se sei stata per molto tempo una figlia di cui andare quasi fieri, e non ho dimenticato gli abbracci che ci davi tu e i tuoi fratelli no, i discorsi che con te si potevano fare e coi tuoi fratelli no, visto che non posso contare come discorsi le balle che ci raccontava Vanni per convincerci a sganciargli qualche soldo per i videogiochi o per le pale eoliche inesistenti e neppure i bisbigli norvegesi dietro la porta di Renzo, anche se mi ricordo molto bene tutto questo mi ricordo molto meglio che quando hai conosciuto Igor è cambiato tutto, e gli abbracci e i discorsi si sono trasformati in spinte e silenzi, e io non voglio dare la colpa a Igor anche se so che la colpa è anche o soprattutto sua, non voglio perché Igor non è mio figlio e tu invece sì, e quindi la colpa di tutto quel dolore che abbiamo provato io e Nerina non è per me né di Igor né di quelle sostanze che ti dava lui, no, la colpa è tua che hai scelto Igor, hai scelto quelle sostanze, hai scelto di spingerci, hai scelto di restare zitta e hai scelto alla fine di scappare, senza nemmeno avere il coraggio di chiederci scusa quando Igor è partito non sai nemmeno tu per dove, probabilmente per il paese degli imbecilli dove so che aspettano anche Renzo e Vanni.

 

panchina con muschio
L’Eterno – Fotografia di Tatiana Rotundo

A nessuno di voi tre figli ingrati lascio niente. Ma so, con quel che resta delle mie misere capacità mentali di uomo che ha il vuoto in aumento tra le cellule del corpo, che per quanto voi siate colpevoli, tutti e tre più o meno ugualmente, forse Nina poco meno per quel che conta, c’è qualcuno che è più colpevole di voi, qualcuno che potrò perdonare ancora meno di quanto perdono voi, voi che comunque non perdono e non perdonerò, e quel qualcuno sono io, Marino Di Loro, metalmeccanico in pensione, sindacalista pentito, l’imperdonabile me, e visto che quel qualcuno lo odio più di quanto odio voi, perché in realtà voi non vi odio, voi semplicemente mi state sui coglioni, che non è una cosa bella da dire considerando che siete figli miei, ma è la verità e la verità non offende quasi mai nessuno anche se stavolta forse sì, sì, mi state tutti e tre sui coglioni. E visto che io mi odio perché so che con voi ho sbagliato tutto e non ho saputo impormi su niente, mai, e forse anche con Nerina ho sbagliato tutto, anche se lei non me l’ha mai rinfacciato perché lei non rinfacciava niente a nessuno, viste tutte queste cose ho deciso di punirmi ancora più di quanto punisco voi.

Mi punisco scrivendo questo documento, perché quando lo leggerete mi odierete, sicuro che mi odierete, non vi starò sui coglioni, no, mi odierete proprio, ognuno a modo suo ma mi odierete, Vanni per un attimo e poi pensando ad altro, Renzo bisbigliando la sua superiorità, Nina immaginando di spingermi senza parlare, mi punisco uccidendomi, perché nonostante tutto sono quasi sicuro che un modo per uccidermi lo troverò, pure senza rivoltella e senza salire sul tetto del palazzo. Non penso che aspetterò la morte per vuoto cellulare perché rischio di aspettare non so quanto e non ne posso più di restare vivo, mi punisco finendo male la mia vita, perché so che potrei chiudere meglio di così, che anche se voi mi avete deluso su tutti i fronti potrei perdonarvi, riappacificarmi, almeno provarci, e invece no, mi impedisco il perdono, mi punisco bruciando tutto il bruciabile, perché questo è quello che farò tra poco quando avrò finito di scrivere il mio testamento ufficioso ma valido: per essere sicuro che non abbiate niente da me e che mi odiate come è giusto e come merito, darò fuoco a tutto quel poco che mi è rimasto e che forse a voi nemmeno interessa, ma il disinteresse non vi impedirà di odiarmi, perché sono pur sempre cose che vi spettano e che in qualche modo vi riguardano: il tappeto sdrucito su cui sei inciampato tu, Vanni, a tre anni, la scrivania sbilenca su cui studiavi tu, Renzo, a cinque, l’armadio fracassato in cui ti nascondevi tu, Nina, a sei, e per ultimo, quando il resto sarà già cenere, il tavolo traballante su cui cenavamo quando eravamo una specie di famiglia felice, anche se traballanti, fracassati, sbilenchi e sdruciti come le nostre cose.

 

 

 

Guido Casamichiela è nato a Imola e vive a Bologna. Scrive racconti per placare il Super-Io, ignorando che il Super-Io ha ben altro a cui pensare.

 

 

 

 

 

Tatiana Rotundo è uno spirito libero. Nata a Monopoli, viaggiatrice curiosa e attenta osservatrice, per lei la fotografia è Sentire: non potrebbe vivere senza il sole, il mare, il cioccolato e la pizza.