Sguscia fuori dal cesso nudo come una gloria vecchia e grinzosa del cinema porno e realizza che Fridacalo ha mollato per prima. Per poco non gli viene un colpo perché 1) allora è tutto vero, facevano sul serio perdiana; 2) così presto?, ma non saprebbe dire da quanto sono chiusi là dentro; 3) era certo che sarebbe toccato a Rudgullit, a Jaqueline, al limite a Borghese.

Invece incastra gli occhi in quelli di Fridacalo e non capisce subito, ma quasi.

Giotto la sommerge con quella pancia gigante e tonda come una O e non la smette di stantuffare – ahnf, ahnf, ahnf, struffia – e sbavare e leccare il collo increspato di rughe e oblungo della donna morta sotto di lui. Fridacalo sembra una bambola bianchiccia che si sgonfia un colpo dopo l’altro – fsh fsh fsh, soffia – e i suoi occhi sono aperti e fissi e Ringo pensa che belli, quegli occhi, e anche la bocca botulinica della donna è aperta e fissa e lui pensa che bella, quella bocca, e per un attimo barcolla: provaci, dai, lasciati andare allo spirito della festa, e non subito ma quasi immagina di avvicinarsi davvero a Fridacalo e di infilare davvero il proprio cazzo rattrappito in quella gola morta per sondare le mucose che vibrano mentre Giotto continua il suo massaggio cardiaco al contrario.

Si riscuote, si vergogna, passa oltre. Si lascia alle spalle la sinfonia soffiata ahnf fsh ahnf fsh ahnf fsh. A parte un lieve formicolio al basso ventre non avverte altri segnali. Nell’ingrifamento lisergico generale, anche questo lo fa sentire così fuori dai giochi. Così periferico.

Un corpo estraneo. Ecco cos’è Michelangelo dacché sua moglie è morta. Un corpo vuoto, un involucro alieno. Estraneo agli altri, al mondo, alla vita. A se stesso. Uno che parla poco ma che se ne avesse occasione userebbe parole come: dacché. Come: perdiana.

Una sensazione che gli aveva morso lo sterno anche quando il suo vecchio – e ormai unico – amico Giuliano lo aveva invitato a quella cena.

«Caro Michelangelo, andrà a finire che ti trovo su una sedia con la testa all’indietro e le mani nelle mutande, o con la faccia nella minestra e le mani nelle mutande» gli aveva detto entrando in casa sua. «Che fine indecorosa anche per uno come te.»

«In che senso uno come me?»

Pensava a sé come pensano a sé i più grigi tra gli uomini: sono un mite, pensava. Un abitudinario, uno a cui bastava uscire per andare a lavoro, prima, a comprare il giornale e prendere il caffè al bar di Gino, dopo; pranzo leggero (un po’ di riso in bianco e un po’ di insalatina scondita) e poi un po’ di riposo, un po’ di passeggiata ai giardini, cena leggera (un po’ di pesce bianco al vapore e un po’ di finocchi bolliti) e poi un po’ di tv, uno di quei programmi in cui si dà la colpa di qualcosa a qualcuno, e poi un po’ di commenti rassegnati su come si stava meglio prima, che tanto siamo vecchi ma che dispiacere per questi giovani e poi a letto presto e poi basta.

Pensava a sé come a uno di quegli uomini per i quali un po’ è più che sufficiente. Uno di quelli che non allungano mai una strada per godersi un panorama. Uno di quelli che non stanno sotto la doccia nemmeno un secondo in più di quanto serva per lavarsi.

Poi sua moglie era morta, due anni e sette mesi e venti giorni fa, e lui si era del tutto abbandonato. Era sua moglie la colonna portante delle sue abitudini, mica lui. Crollata quell’architrave, l’esistenza aveva preso a traballargli sotto i piedi. Naufrago nel deserto. Tutto adesso era estraneo per lui; e lui adesso era estraneo a tutto.

«Nel senso che tua moglie è morta e anche tu sei morto e però lei è sottoterra mentre tu ancora sei qua» proseguì Giuliano seduto al tavolo di finto massello, con un bicchiere di vino rosso davanti. Michelangelo non beveva, ma teneva sempre qualcosa per gli ospiti. Per l’ospite. Singolare.

«Non posso farci nulla.»

«Sicuro?»

«Certo, sicuro» balbettò Michelangelo. «O no?»

«Col cazzo, sei sempre stato un combattente» disse Giuliano e l’amico si chiese se stesse perdendo colpi perché va bene tutto, ma combattente anche no.

«Se lo dici tu.»

Giuliano si avvicinò, come se gli stesse per svelare il segreto più importante del mondo. Michelangelo alzò appena le sopracciglia.

«Sì, vecchiaccio, puoi farci qualcosa eccome. E io sono qui per questo.»

Allargò le braccia come Mosè davanti al mare.

«Io sono qui per mostrarti la retta via.»

Michelangelo alzò le sopracciglia.

«Fai un miracolo. Fatti bello, che ti porto con me stasera» disse Giuliano uscendo.

«Dove?» balbettò Michelangelo.

«All’imbocco della cazzo di retta via.»

Michelangelo, che ora si chiama Ringo, ripensa alle parole del suo amico e alla retta via anche adesso che traccheggia in cerca di un riparo per nascondere la propria nudità. Elegge a trincea temporanea il Tavolo della Gola. Seminascosto dietro montagne di deliziose e grassissime leccornie, assiste alla scena sul divano a otto posti lì di fianco. Rudgullit si posiziona bocconi mentre Margherettaccier, Ledigaga e Borghese trafficano smaniosi con le sue natiche, nel tentativo di infilargli un imbuto nel culo. Rudgullit ride come un matto, poi arriva Toroscatenato, coi suoi baffetti all’insù, armato di una bottiglia di vodka e di bellicosi intenti travasatori; Rudgullit ride forte, poi ancora più forte, poi rantola tre o quattro volte e poi non rantola più e rimane inteccherito come uno stoccafisso e tutti sono delusissimi. Borghese non ci pensa due volte e sdraia il suo corpo di vecchio sopra al corpo senza vita del vecchio, cercando di penetrare l’ormai fu Rudgullit e offrendo al contempo il proprio posteriore alle due vecchie nude e avvizzite che starnazzano e che riprendono a maneggiare imbuti e a farsi spazio tra tutte le chiappe disponibili nei dintorni. Borghese erompe in un catarroso aaahhh ricco di gloria quando riesce infine a sfondare la barriera sfinterica. Toroscatenato inizia a versare vodka nell’imbuto. L’imbuto è verde pisello.

Ringo osserva la scena e pensa: meno due.

Poi sussulta quando una mano gli sbuca tra le gambe e lo afferra per le palle e allora si volta e sussulta ancora di più. Jaqueline è in ginocchio davanti a lui, gli dice: «Girati.»

Giuliano passò a prenderlo alle venti, ora in cui di solito lui aveva già cenato e digerito. Aveva rispolverato il vestito nero, quello della foto per i cinquant’anni di matrimonio e del funerale della moglie.

Non usciva a cena da secoli. Fino all’ultimo aveva avuto la tentazione di telefonare all’amico inventando un’indisposizione. Ma come sempre aveva perso anche quella battaglia.

«Vedrai, vedrai» lo stuzzicava Giuliano, tirando le marce della sua vecchia Tipo Turbo e lasciando dietro di sé nuvoloni neri.

«Non hai voluto dirmi proprio un c…» ridacchiò nervosamente Michelangelo.

«E non ti dico un cazzo nemmeno ora: su con la vita! Non rompere i coglioni e goditi la serata. Vedrai, vedrai, non troverai le parole per ringraziarmi.»

Arrivarono. La casa era una villetta di un arancione spietato.

I due guardarono le persone all’interno attraverso grandi vetrate. Sembrava un ritrovo di vecchi amici. Di vecchi commilitoni. Di vecchi.

«Non farmi fare figure di merda» minacciò Giuliano mentre percorrevano il giardinetto illuminato a malapena da lampioncini sfocati e rari. Michelangelo si sistemò la giacca, come a chiedere preventivamente scusa.

La casa, dentro, non risultava elegante come doveva aver sperato chi l’aveva arredata. Un’aria dozzinale ammorbava ogni dettaglio, con la tavola apparecchiata per dieci e tutte le chincaglierie sparse in giro. Michelangelo pensò al suo appartamento grigio e beige, al suo vestito nero, a sua moglie morta. Si sentiva un corpo estraneo.

 

Porta
Osa! – Fotografia di Tatiana Rotundo

 

Poi Jaqueline inginocchiata davanti a lui tira fuori la lingua e inizia a leccargli i genitali che restano mosci come le diciotto e quindici di un pomeriggio infrasettimanale di fine novembre.

Michelangelo, Ringo, l’unica cosa che riesce a fare è immaginare la scena vista da fuori, e qualcosa che si muove alla fine lo sente. La donna alza gli occhi languidi per guardarlo e la parrucca rosso fuoco le scivola all’indietro, scoprendo una fronte alta e capelli radi, rugginosi, retinati. Sconfortata, gli chiede: «Hai preso la pillola?» e indica con la testa il vassoio d’argento poggiato sulla piccola consolle d’ebano lì vicino, il Tavolo della Lussuria. Il vassoio è colmo per metà di pillole blu. Lui non prende quella roba. Guarda la donna per qualche istante. Poi le vomita in faccia.

Tin tin tin. Seduto a capotavola, il signor Battisti, padrone di casa, tra la seconda portata e il dolce, fece tintinnare il bicchiere con un cucchiaino. Tin tin tin.

Michelangelo aveva mangiato quasi tutto, più per la minaccia di Giuliano che per educazione. Alla sua destra un’obesa signora con la faccia che gli ricordava una candela che si scioglie sotto il sole. Alla sua sinistra un vecchietto con gli occhialini tondi e un papillon giallo e una giacca di velluto blu di venti misure più grandi del dovuto.

Erano simpatici. Conversarono per tutta la cena. Era riuscito a superare la timidezza. Perfino a non parlare – solo – della moglie morta.

«Signore bellissime, signori un po’ meno bellissimi – ah ah ah – lasciate che vi ringrazi per essere qui stasera» esordì il signor Battisti, con i suoi baffetti all’insù e il sorriso a quarantacinque denti, tutti finti. «È un vero piacere, un grande onore! È elettrizzante che così tanti amici, vecchi e nuovi, abbiano deciso di condividere questa esperienza, questo ultimo, magico, immenso momento di gioia. Questo ultimo immenso momento di amore!»

Al tavolo tutti applaudivano e si davano di gomito e commentavano con dei giusto!, vero!, bravo!. Anche Michelangelo batteva le mani, senza sapere di cosa si stesse parlando. Seduto di fronte a lui, Giuliano gli fece l’occhiolino.

«Finalmente» continuò Battisti sorridendo alla moglie, una bella signora dalle labbra eccessive. «È tutto pronto. Il primo passo verso il tramonto è stato fatto da quasi tutti i presenti, e sono certo che entro domani anche tutti gli altri provvederanno. Poi penserò io a tutto. Pochi giorni, ve lo prometto, ve lo giuro! E poi…»

«E poi?» chiese Michelangelo. Nessuno badò a lui.

«E poi finalmente potremo realizzare i nostri desideri. Il nostro grande, magico, immenso sogno: ah, e non dimenticate i vostri nomi nuovi!»

Tutti quei punti esclamativi in un discorso solo stordirono Michelangelo più del mezzo bicchiere di champagne che si era concesso nell’arco della serata.

«Incredibile, vero?» gli chiese la signora Candela Sciolta al Sole.

«Be’, direi di sì» rispose lui, imbarazzato.

«Non vedo l’ora. Io mi chiamerò Jaqueline» disse lei ammiccando e sistemandosi la parrucca rosso fuoco. «Prenderò il nome dell’unica, autentica, First Lady.»

Vittorio, il signore con gli occhialini, gli poggiò sulla spalla una mano intarsiata di vene e venuzze come una mappa del Seicento: «Io sarò Borghese.»

«Come quello del golpe?»

«Ma no! Come quello dei ristoranti.»

«Ma voi siete folli o cosa?» sbottò dopo che Giuliano, durante il viaggio di ritorno, gli ebbe svelato tutto quanto.

«Folli sì, ma vivi.»

Michelangelo pensava fosse uno scherzo. Non poteva essere vero.

Giuliano spiegò che i dieci anziani che erano seduti a tavola, ognuno di loro doveva semplicemente – usò quella parola, Giuliano – vendere tutto quello che aveva, sfanculare – usò questo termine, Giuliano – eredi e amici e donare il malloppo intero al signor Battisti che ci avrebbe comprato una quantità indefinibile di droga, di tutti i tipi, e alcool, di tutti i tipi, e cibo, di tutti i tipi, e anche di altra roba che li avrebbe, ehm, coadiuvati – usò questo termine Giuliano. Si sarebbero rinchiusi nella villa al mare del Battisti – che avrebbe scelto il nome di Toroscatenato, perché tutti avrebbero dovuto abbandonare i propri nomi e scegliersene uno nuovo: «Sai, una specie di battesimo, di rinascita e volontà, non ho capito bene, ero ubriaco quando l’hanno spiegato.» Lui, Giuliano, si sarebbe fatto chiamare Giotto – per bere e mangiare e scopare e morire.

«Morire?»

«Certo.»

«Morire!»

«Senti, Miche. Quelli che erano a quel tavolo stasera. Ci hai visti? Abbiamo tutti un piede nella fossa. Anche uno e mezzo e fino alle ginocchia porca troia. Io non voglio finire attaccato a una macchina che respira al mio posto mentre un’ucraina del cazzo mi pulisce il culo una volta al giorno. E neanche gli altri. E vaffanculo. Io… io voglio chiudere alla grande.»

«Ma io… Voi…»

«Lo prendo per un sì. Vendi tutto, chiudi i conti e poi chiamami. Domani.»

Lo lasciò così, sotto casa e sotto choc.

«Ah, e scegliti un nome nuovo.»

Jaqueline prima urla per lo schifo, poi ci ripensa e inizia a deglutire il vomito di Ringo e a spalmarselo su tette e rotoli di grasso che penzolano e ballonzolano da tutte le parti; Ringo la guarda e vomita ancora di più e quella dice oh sì, oh sì, poi si mette a quattro zampe quando si accorge che Giotto, che una volta era Giuliano, arriva al galoppo con la sua pancia come una O. La mano esanime di Fridacalo, ex signora Battisti ed ex donna di classe, si intravede appena che ciondola dal divano nella stanza attigua. Giotto ceffoneggia vigoroso il trionfo d’adipe che sono le chiappone di Jaqueline: quel rumore ricorda a Ringo il rumore del mare sugli scogli. Lei ansima: oh sì, oh sì. Giotto ha un’erezione che dura da dodici ore, più o meno da quando sono arrivati. Ha il naso tutto polveroso. Giotto grida: «Troia! Maiala!» poi torce la bocca e stramazza su un fianco e muore con una mano sul petto a sentire il cuore che si spegne e una sul cazzo che resta duro come il marmo di una lapide. Sul suo volto, fierezza.

Il giorno dopo non vendette e non chiuse e non chiamò e due giorni dopo Giuliano suona alla sua porta e dice che chissenefrega di vendere e dei soldi, offre lui, e pronto o no si mettesse qualcosa addosso che è ora di andare e che ha deciso che il suo nuovo nome sarà Ringo, come lo chiamava quand’erano ragazzi per via di quel nasone triste e degli occhi acquosi.

Michelangelo ci proverebbe, a protestare, a dire che non ci pensa neanche. Ma quello già ha iniziato a scendere le scale. Tanto sono già morto, pensa Michelangelo. Sai cosa? Chissenefrega.

Vini di tutti i tipi. Dolci di tutti i tipi. Alcolici di tutti i tipi. Carni di tutti i tipi. Droghe di tutti i tipi. Giocattoli erotici di tutti i tipi. E una quantità inverosimile di Viagra su un vassoio d’argento.

Arrivano alla villa al mare di Toroscatenato e l’eutanasia è pronta in tavola; dalla villa al mare non si vede il mare. Sul portone d’ingresso qualcuno ha scritto “Abbandonate ogni pudore, voi ch’entrate”. Michelangelo entra ed è come piombare in un dipinto di Hieronymus Bosch. Perdiana, ecco un nome che mi sarebbe piaciuto, si sorprende a pensare. Hieronymus. Un nome altisonante per travestire un corpo estraneo.

I vecchi sono già tutti nudi e ubriachi.

Alcuni si accoppiano in maniera selvatica, frenetica; altri sniffano coca e buttano giù pasticche; Jaqueline si ingozza di pancetta fritta in pastella. I corpi nudi e decrepiti traballano tra il patetico e il magnifico. Un intreccio di godimenti e colpi di tosse. Ringo si volta verso l’amico per dirgli che avrebbe voluto essere chiamato Hieronymus, ma quello è già sparito. Lo vede allontanarsi ingurgitando pasticche a manciate e tenendo per mano una strafattissima signora Battisti, adesso Fridacalo.

Passano ore e lui ha cercato rifugio in bagno o dietro i divani o dove capitava chiedendosi come cavolo era finito in quel suicidio collettivo e pensando chissà cosa dirà mia moglie che è morta, ma ora stesa sul parquet chiaro tra le sue gambe c’è Jaqueline coperta di vomito che dice: «Scopami da morto, scopami da morto» mentre maneggia il membro di Giotto come un vibratore non più vibrante.

Ringo vorrebbe dire addio al suo amico in qualche modo ma teme Jaqueline e le sue grinfie. Esce allo scoperto e sul divano sopra al corpo morto di Rudgullit – che prima si chiamava Piero, ora c’è il corpo morto di Borghese – Vittorio, con un imbuto verde che gli esce dalle chiappe e sopra di lui il corpo morto di Ledigaga, che si chiamava Fernanda, con una bottiglia di vodka che sembra una coda. Accanto a loro, Toroscatenato coi baffetti all’insù sta cercando in tutti i modi di far entrare il pene nell’orecchio di Margherettaccier – Franca, che urla e dice oh sì oh sì e quel oh sì oh sì è un richiamo irresistibile per Jaqueline che abbandona la sua parrucca e il suo necrobalocco e maledice il signore per non aver donato a Toroscatenato due cazzi. Dà un’altra sniffata, si spiattella accanto a loro, impugna un vibratore di dimensioni epiche e inizia a emulare le gesta dell’uomo, che la incita. Non si accorge neanche del sangue che inizia a uscirle dall’orecchio, poi dal naso, dice solo oh sì oh sì poi si accartoccia sulla propria pancia e non dice più nulla.

«Perdiana» dice Ringo tra i denti.

«Perdiana» ripete.

Perché non capisce subito, ma quasi. C’è qualcosa. C’è qualcosa che bolle. Lo sente. Ribolle. Lo sente. Non è vomito. Lo sente. È altro. È una sensazione. Qualcosa che non sente da tempo. Un senso. Tanto tempo. Qualcosa di sepolto. Di sommerso. Non capisce subito. Ma quasi. Come sempre nella sua piccola vita di merda – immagina queste parole, Michelangelo: piccola vita di merda, si è perso il meglio. E il peggio. Tutto. Per paura. Per fragilità. Un uomo mite, un uomo mite. Uomo mite un cazzo. Immagina queste parole, Michelangelo: uomo mite un cazzo. Ancora una volta corpo estraneo. Ancora una volta si è accomodato in ultima fila a osservare e giudicare la vita e la morte degli altri. Di sua moglie. La sua. Ancora una volta. Corpo estraneo. Come sempre.

E allora capisce.

Non subito.

Ma quasi.

E allora basta.

Basta.

Basta!

Basta! Non ora! Non più! Inizia a gridare: «Mai più! Mai più!», inizia a strillare brandendo punti esclamativi come clave, e si catapulta verso il Tavolo della Gola e immerge la faccia e le mani nei dolci di panna montata e nella pancetta fritta e in tutto quello che gli capita a tiro. Si getta sulle pillole blu e ne agguanta a decine, tutte insieme, sgranocchiandole, ingoiandole tutte intere; aspira cocaina a pieni polmoni, non tappandosi una narice come quei frocetti con la banconota arrotolata; afferra una bottiglia di whisky e ne scola mezza tutta d’un fiato e ride, Michelangelo, tossisce e ride come non ha mai riso in vita sua, ride così forte che gli manca il fiato e vomita ancora e allora beve di nuovo e poi sniffa di nuovo e poi beve di nuovo e poi guarda Toroscatenato che lo guarda e sorride mentre tiene giù la testa di Margherettaccier che però è immobile e con le braccia che ciondolano scomposte e il sangue sulla faccia, buahrp buahrp buahrp, rutta Ringo sbavando, e Toroscatenato lo guarda e sorride e non cambia espressione neanche quando Ringo gli si butta addosso per condividere quella testa morta, con la sguaiatezza di un animale infoiato dopo un letargo di secoli, ma quello crolla giù e resta giù e poi nulla.

Ora niente respira più, tranne lui che impazzisce da una parte all’altra a scuotere i cadaveri sparsi e a chiamarli coi loro nomi nuovi e non si accorge subito, ma quasi che non c’è musica e che non c’è mai stata, ma si sente brillare Ringo, si sente esplodere, Michelangelo, come una di quelle stelle che se ne fottono di ogni catastrofe, e nel mondo ora sono tutti morti tranne lui e lui ora sa quello che deve fare: non lo capisce subito, ma quasi, depredato com’è da quel ridere e da quel bene che gli si è rovesciato addosso improvviso, epifanico, acquazzone agostano. Corre in cucina e traffica coi fornelli a gas e la parrucca di Jaqueline avvampa non subito, ma quasi, e poi i tendaggi e i tappeti e i divani s’incendiano e il fumo si fa più denso della morte.

Torna in bagno. Entra nella doccia. Non ha smesso mai di ridere. L’acqua scorre e diventa calda e poi diventa ardente non subito ma quasi. Se la gode come mai prima e come mai più. Non troppo lontane dal cielo ci sono scintille che si confondono con le stelle. Le fiamme divorano la casa. Non subito, ma quasi.

 

 

 

 

Cinghiale Cinghiale in palla di vetro

 

Gianni Somigli: di malavoglia sui quaranta, vive, disegna, fa tatuaggi, fotografa, legge e scrive. Guarda le nuvole, ma è fatto di terra.

 

 

 

 

 

Tatiana Rotundo è uno spirito libero. Nata a Monopoli, viaggiatrice curiosa e attenta osservatrice, per lei la fotografia è Sentire: non potrebbe vivere senza il sole, il mare, il cioccolato e la pizza.