Sui pori della pancia ti scorre il mattarello, fabbricazione francese: il cronometro segna ancora un minuto d’azione necessaria. Produci olezzi e oli biologici mediante il consumo di adipe, cellule morte e trecento secondi di colpi d’avambraccio, come da istruzioni. La carne è rossa nel finale, ti scotta le dita, il massaggio self è ultimato anche per oggi: allo specchio vedi l’uomo del domani. Mi piaci. Il pelo sta crescendo sul petto e sulle spalle, è la psicocinesi: afferri il manuale che tieni nel cassetto, reliquia abusata, ripeti le parole nel tuo cervello e pensi a ogni villo, millimetro dopo millimetro. Li senti, li senti nascere forti, li senti crescere piano. Riponi il volume al suo posto, ti rivesti, levi dal naso il rettificatore brevettato: è stato tuo doloroso compagno di letto stanotte, hai dormito male, sempre supino, è necessario e lo sai. Ti osservi con cura sullo specchietto piccolo che tieni in bagno, quello con il quale sei solito scrutare la rasatura perfetta: le cartilagini del setto nasale sono state schiacciate per bene dall’apparecchio in metallo. È un naso perfetto; quasi: una narice ha perso sangue, ne hai il sapore nel palato, è il gusto del sacrificio. Tutto si rimarginerà, domani. Ancora due o tre sessioni e molta pazienza, così dicevano nell’annuncio, lo ricordo anch’io.

Scendi le scale di casa, cerchi la posta: arriva sempre, arriva ogni giorno, il postino è bravo, lo ungi come si fa con gli ingranaggi piccoli ma importanti: egli ha precise istruzioni e sono quelle di forzare ogni plico, farcelo stare dentro. Non è mai roba troppa grossa e tu non hai estro per andare in posta così spesso a ritirare le cose necessarie. Apri la cassettina: c’è, anche oggi c’è. Gocce di bava cadono sul tavolo della cucina mentre ci rovesci il contenuto del pacco, la zuppa d’avena bolle nella pentola e la moka ti fischia per ottenere un minuto d’attenzione. Dalla scatola escono i mutandoni sauna gonfiabili, azzurro puffo, comprati con lo sconto, tutto merito del coupon, si parla almeno d’un venti percento. Ti levi tutto di dosso: tempo per rivestirti ce n’è, gonfi l’attrezzo e lo metti, senti che fa sudare, sorridi, è lo scopo. Il pene ci si erige dentro da tanta emozione ma gli fa male la ruvida plastica; così tutto si calma in pochi istanti. Ti piazzi in divano, leggi una rivista, cerchi le inserzioni che ti servono, le ritagli mano a mano, e nel mentre sudi, godi, e ancora sudi. Senti le chiappe che si sgonfiano, il liquido che esce odoroso, forse è grasso, cola, si spande sul divano, fa molto caldo. Passa un’ora e ti togli l’affare, lo porti al naso: l’odore è quello dei polimeri, frammisto al sapore di maschio adulto e compiuto nelle sue parti più buie. Riempi il lavandino d’acqua fresca, versi un flacone di sapone, lavi con cura il nuovo oggetto della collezione, dai una passata d’asciugacapelli, ti assicuri che non ci sia più acqua nella superficie dei mutandoni, di funghi appiccicati allo scroto non ne vuoi: sai che la plastica ne fa di brutti e neri.

Metti ordine tra i ritagli, carta ruvida, riciclata; esiti davvero sugli occhiali a raggi X, sarebbero utili in ufficio per guardare la collega sotto i vestiti, indovinarne le curve, la consistenza della carne. Ma tu in ufficio non ci vai più. Sbuffi, sorseggi il caffè, sbuffi di nuovo, ti domandi se tali occhiali funzionerebbero anche con i personaggi delle serie televisive. Le personagge, piuttosto. Alcune di loro esibiscono protuberanze che non ti dispiacerebbe vedere al naturale, immaginarne il profumo, l’odore reso artificiale dalla telecamera, dalla finzione. Incuriosirebbe anche me. Compili il tagliando, dice di fare in fretta, l’offerta è solo per te, l’ultimo sussidio ricevuto copre la spesa senza problemi. Il numero di telefono lo scrivi in grande, lo controlli due volte, errori non ne vedi, l’ultima volta è tramite una chiamata ricevuta che sei riuscito ad accaparrarti tre confezioni omaggio di crema contro la caduta dei capelli, la stessa che ora ti spalmi sulla chioma. Chioma che trovi piuttosto folta, segno della qualità del prodotto. Ti massaggi e guardi la telenovela, immagini la protagonista nuda al di là del vetro dei tuoi nuovi occhiali, il pelo ordinato – lavoro professionale – il seno ampio e tosto. Mentre pensi a lei capisci di dover dare una mancia doppia al portalettere, ché non ti faccia aspettare un mese come l’ultima volta. Lo rimpiangi: fu un mese di crescita perduta, la documentazione per aumentare la propria altezza arrivò davvero tardi. Non fu tragedia, anzi, solo il rammarico di non essere ancora prestante al massimo del tuo potenziale, per colpa d’un banale disguido postale. Il prodotto del resto è fantastico: nessun esercizio complicato, nessun unguento bizzarro o trucco da infilare nelle scarpe, tutto metodo scientifico, l’idea di qualche dipartimento universitario, dottori di ricerca, professori, che ne sai, tu. È il metodo che hai fatto tuo ormai da un anno: ogni mattina esegui la procedura, non ne parli con nessuno, neanche con me, poi la sera ti misuri sullo stipite della porta e intagli il segno con il coltellino svizzero ricevuto per corrispondenza e che mai ti ha tradito. Da qualche giorno hai l’impressione di aver tracciato un graffio nuovo al di sopra del solco che hai scavato in tutti questi mesi di lavoro: la scienza funziona e tu già lo sapevi, ringrazi il Signore di non essere nato povero e scemo.

E infatti escludi sempre gli annunci economici dalla tua lettura attenta e ragionata: niente corso rapido per diventare contabile, concessionario, succursalista, radiotecnico; ciarpame. Il tuo avvenire non è nell’elettricità, come diceva quel volantino bugiardo, né ti serve imparare a restaurare vecchi mobili per rivenderli al triplo o al quadruplo. No, e poi rimani soddisfatto della tua mobilia, comprata con lo sconto grazie alle dritte di quel tale che parla sul quarto canale.

 

La vita dentro – Fotografia di Alessia Marino
La vita dentro – Fotografia di Alessia Marino

 

Sfogli un’altra rivista, l’annuncio della scuola di modelle ti garba, forse cercano anche modelli. Potrebbe essere, questo sì, una buona fonte per arrotondare l’assegno, del resto il pelo sta crescendo e la pancia se ne sta andando, la calvizie non c’è mai stata, i fianchi ora si faranno più stretti, il tuo naso in fondo ti piace. Mancheranno due o tre giorni per la perfezione. Lo accarezzi, fa male: il ferro è più duro di quel che immaginavi, sai che desideri smettere ma non puoi.

Spegni la tele, tanto non la guardavi ché sono tutte cose futili, fai i dodici minuti dell’allenamento della mattina. Come sempre segui le indicazioni del materiale ricevuto la settimana scorsa, poi la sera ti riserverà altrettanta fatica. Il ritaglio, l’hai conservato, descrive l’impiego di tre soli giorni della tua vita: sei mesi è la durata del programma, ventiquattro sono i minuti ogni giorno, ti basta poco per vedere che fanno settantadue ore in tutto. Finisci il piegamento, strizzi le chiappe, ti rialzi.

Guardi in giro per casa, che fare, ti siedi al pianoforte, perché no? Fai come dice l’opuscolo: hai pagato e lui mantiene la promessa, riesci ormai a suonare con entrambe le mani, non ti serve nemmeno imparare le scale, qualche accordo basico lo sai fare grazie ad attenta lettura. Accompagni i tuoi pensieri suonando Jingle Bells, la suoni sempre prima di pranzo e prima di cena, ne hai fatto un rito tutto tuo: cinque volte lenta, perfetta; cinque volte a tempo normale, con pochi errori. Prima una mano, poi l’altra, a volte tutte e due insieme. Ai vicini hai promesso un concertino, il giorno del tuo compleanno, manca un mese. Due o tre pezzi, così, sciolto, nessuna pretesa di poter un giorno suonare a teatro, lo sai, ma certo puoi dimostrare d’essere un onesto pianista, elegante, la cravatta con i led si illumina da sola: pagata davvero niente, arrivata quasi subito. E poi gli occhiali a raggi X, il pubblico che guarda te e tu che spogli tutti di nascosto e ridi, la gente che pensa che per te suonare sia come scherzare, e invece l’ilarità è per tutti quei cazzi mosci e quelle quattro o sei tette basse che ci sono nel condominio; sai di essere convinto davvero, adesso: il tagliando è pronto, lo imbusti, lo vai a spedire. La lettera cade nella buca, sei soddisfatto: mentre torni a casa, tremi tutto. Una preoccupazione di meno nella tua vita.

Il resto della giornata passa nella noia: attendi il buio, attendi il nuovo giorno e la posta che sempre l’accompagna.

Prima di spegnere la luce, a letto, passi come sempre qualche minuto a leggere circondato dai cuscini: è un vademecum importante quello che stringi tra le mani, una lezione gratuita che stai per finire, già ti hanno sollecitato per acquistare il corso intero, due volte anche per telefono, non li deluderai: prendi un appunto: darai conferma domani. È roba che serve per imparare a scrivere: articoli, racconti, anche romanzi, basta seguire le istruzioni con attenzione, ci sei abituato, lo sai che non fallirai. C’è scritto che la chiave di tutto è saper parlare di te stesso, di quello che fai durante il giorno; magari esagera un poco, poi diventa facile: c’è sempre domanda di storie nuove, nonostante l’offerta sia altrettanto importante, è la concorrenza, puoi batterli. Esagera. Che importa la tecnica, quella verrà poco a poco, con l’acquisto del materiale, la quinta lezione, o forse la sesta: intanto tu continua a scrivere. Che fai, dormi già?

 

 

 

Pupazzo di plastilina, immagine personale di Gabriele Esposito

 

Gabriele Esposito gira per l’Europa da 14 anni. Eclettico per natura, ha un debole per i pupazzi di plastilina. Suoi racconti sono apparsi o appariranno su Risme, Bomarscé e Malgrado le mosche.

 

 

 

Alessia Marino vive a Napoli e frequenta l’Accademia di Belle Arti. Le piace guardarsi intorno e ascoltare storie, se di vecchiarelli è meglio. Ha tre cani e un gatto.