La porta non si chiude mai del tutto, e ogni volta in cui sento il filo di vento tra la zanzariera e l’asse di legno dello stipite penso di prendere un coltello dal cassetto e tagliarmi le dita una per una come fettine di lime.

Ultimamente ho pensato a tagliarmi le dita più spesso del solito, anche oggi, tipo quando Simone mi ha detto che non gli è piaciuto l’ultimo disco degli Strokes. L’ha detto così, come se niente fosse. Se ne stava in piedi, di fianco al tavolino bar con le bottiglie di gin vuote e lo shaker anni quaranta con le ceneri di Elvis.

Simone sa che Elvis se ne sta nello shaker per i gin tonic, ma fa finta di niente.

Elvis non è il vero Elvis, né il mio cane o il mio gatto.

Elvis lo chiamo Elvis perché Elvis è il re del rock ‘n’ roll.

Elvis lo chiamo Elvis perché il suo vero nome, cinque lettere come le mie dita, lo voglio strappare da ogni lingua e ogni coscienza e voglio gettarlo in un abisso.

Allora Simone ha detto che non gli è piaciuto l’ultimo degli Strokes e la porta dietro di lui non si chiudeva e ho sentito il sibilo tra la zanzariera e l’asse di legno e ho pensato che o usciva lui di casa, o uscivo io di testa.

Simone l’ho conosciuto a un concerto surf in un locale sul mare poco dopo che le cinque lettere del vero nome di Elvis hanno smesso di esistere. Abbiamo cominciato a parlare perché il gruppo surf – che faceva cagare – ha fatto una cover di “Someday” degli Strokes, cosa inaudita per un gruppo surf, e quando ho sentito le prime note della canzone mi sono tutta illuminata e ho pensato che forse il gruppo surf non faceva davvero cagare e la vita non faceva davvero cagare, soprattutto in una notte stellata con le onde che si frangevano sugli scogli della Terrazza dietro di noi.

Devo essere sembrata normale, quasi felice, perché Simone mi si è avvicinato roteando i fianchi a ritmo di musica come Elvis (il vero Elvis) e per un attimo ho pensato a Elvis (il mio Elvis), ma non ci ho pensato allo stesso modo in cui penso di tagliarmi tutte le dita. Ci ho pensato e mi sono fiondata su Simone come un pezzo di ferro su un magnete, perché non sono tanti gli uomini che sanno roteare i fianchi come Elvis (il vero Elvis, ma anche il mio Elvis).

Io e Simone abbiamo parlato degli Strokes per un anno, come facevo con il mio Elvis prima che cominciasse a vedere il mondo finire. Sì, per un anno devo essere sembrata normale, quasi felice, perché io e Simone ci siamo gridati in faccia le urla di “Hard to Explain” ballando sudati e ubriachi; abbiamo suonato “Last Nite” all’ukulele, seduti sul muretto dei fossi, circondati dagli schiamazzi dei gabbiani e il profumo di torta di ceci di Gagarin; abbiamo fatto sesso con “Reptilia” di sottofondo la sera in cui Simone è arrivato a casa, mi ha afferrato l’orlo dei pantaloni e mi ha lanciato contro la porta e mi ha scopato lì, quasi tutta vestita, e per un attimo la porta è sembrata finalmente chiudersi contro le mie guance schiacciate contro il legno, coi pezzettini di tinta secca che si staccavano e cadevano sul pavimento.

Però lo so che la porta non si è mai veramente chiusa. Non si chiude, è rotta, l’ho rotta con un calcio il giorno in cui Elvis si è ammazzato.

Simone mi ha detto che avere una porta che non si chiude è pericoloso, che sono una ragazza che vive da sola, che non mi rendo conto, che dovrei chiamare un fabbro. Io gli dico che non ho niente di valore a casa tranne le ceneri di Elvis, e Simone non dice niente, prova a non sbuffare, ma io sento l’aria che gli esce dalle narici come fosse un cavallo stanco. Allora Simone dice «non hai niente di valore, va bene, ma che fai se un pazzo entra di notte e ti afferra». E allora gli vorrei dire che non m’importa se muoio, ma non lo faccio, perché sennò sembro matta davvero, e Simone secondo me non lo sa ancora, che sono matta.

Anche se la prima sera in cui è venuto da me gli ho tirato un vaso addosso perché ha provato a farsi un gin tonic e non sapeva delle ceneri di Elvis. Ha preso lo shaker e ho urlato fortissimo, ho persino coperto gli acuti di Julian degli Strokes che venivano dalle casse.

Simone non lo sa, che sono matta, anche se a volte mi dice che devo riprendermi, che Elvis non avrebbe voluto vedermi così, a urlare nel sonno, a non lavorare, a guardare vecchie stagioni di Masterchef mangiando schifezze e fumando tutto il giorno sul divano, bruciandone il bordo della cucitura coi mozziconi di sigaretta.

Simone non lo sa che sono matta, e ora non ci credo che Simone è entrato in casa, ha provato a chiudere la porta alle sue spalle, non ci è riuscito, e ha detto che l’ultimo disco degli Strokes fa cagare. Lo dice mentre sono seduta al tavolo a tracciare i cerchi concentrici nella sezione di un tronco che ho disegnato su un foglio bianco. Non riesco a smettere; riempio di cerchi ogni millimetro del tronco senza mai arrivare alla corteccia. Mi aiuta a non pensare al coltello, alle fettine di lime, alle mie dita da tagliare come le lettere del vero nome di Elvis.

«Gli Strokes non sono più gli stessi», dice Simone, e ho voglia di alzarmi e dirgli di prendere la porta.

«Hai già ascoltato il disco?» gli domando, e la matita mi cade dalle mani, rotola sulla carta del disegno.

«Sulla strada per venire qui», risponde, e davvero non ci credo che l’ha fatto, perché questo è il primo disco degli Strokes che è uscito da quando ci siamo conosciuti, da quando gridiamo gli Strokes e suoniamo gli Strokes e scopiamo ascoltando le canzoni degli Strokes. Davvero non ci credo, perché ogni volta in cui usciva un nuovo disco rock mentre stavo con Elvis, lui mollava tutto per venire ad ascoltarlo insieme; se non poteva mollare tutto perché al mattino presto andava a pesca o a lavorare al mercato, veniva da me non appena poteva, tutto sudato, con la frangia nera appiccicata alla fronte, le dita che puzzavano di pesce, l’arancione delle cozze sotto le unghie. Veniva da me, metteva su il disco e mi faceva un gin tonic. Non gli servivano misurini. Parlava e rideva e versava il gin e l’acqua tonica allo stesso tempo e poi tagliava il lime sottile sottile e faceva saltare tre cubetti di ghiaccio con la punta del dito e poi beveva da entrambi i bicchieri per passarmi il gin tonic migliore.

 

Vista da specchietto auto, tramonto
Domani – Fotografia di Tatiana Rotundo

 

E quindi lo so che non dovrei incazzarmi con Simone, perché lo so che non vedevamo l’ora che uscisse, l’ultimo degli Strokes, e anche io non stavo nella pelle, e ho dovuto sedermi al tavolo a disegnare cerchi concentrici come una pazza per impedirmi di ascoltarlo, e ho guardato tutti i cerchi sul vinile del disco e mi domandavo che note e accordi e parole nascondessero e mi chiedevo se a Elvis sarebbero piaciute, ma come al solito, come un rito, ho aspettato Simone, e poi lui è entrato e mi ha detto che il disco faceva cagare.

Allora non so cos’è successo, ma qualcosa ai lati della mia giugulare si è ingrossato, come se qualcuno mi avesse acceso un interruttore in gola.

Ho guardato Simone, un ragazzo come un altro, la maglietta troppo lunga, i pantaloncini del costume, le sue gambe allenate dal surf, le infradito con la bandierina del Brasile, i capelli schiariti dal sole livornese con le punte sfuggite dal casco del motorino e arricciate dal libeccio, e mi è sembrato normale, quasi felice, come io non lo sarei mai più stata, perché le ceneri di Elvis se ne stavano lì nello shaker del gin tonic sul tavolino.

Ho visto la porta socchiusa dietro di lui, ho sentito il sibilo del vento d’estate, e ho pensato che forse Simone non voleva ascoltare il disco degli Strokes insieme, ma voleva andare al mare.

Ho pensato al giorno prima del mattino in cui Elvis aveva avuto la sua visione finale e aveva deciso di dare un taglio al tormento. Mi ero messa il costume perché ero ancora carina e magra e avevo preparato la borsa del mare con una cassa portatile per ascoltare gli Strokes sugli scogli, ma avevo trovato Elvis seduto sui gradini del portico, con la schiena ricurva, a petto nudo, i capelli neri sudati sulla nuca. Stava lanciando dei mozziconi di sigaretta a un gatto che sonnecchiava poco più in là, sul cemento macchiato di sale.

Gli avevo detto, «Andiamo al mare», e lui aveva risposto, «sono stanco», e allora avevo pensato che forse era stanco per aver sfilettato orate e triglie e spigole dalle cinque del mattino. Mi ero seduta di fianco a lui.

«Che hai?» gli avevo detto. «Sono settimane che sei strano».

Le parole stupide di chi è normale, quasi felice.

Lui aveva detto, «sogno la fine di ogni cosa». E avevo pensato che Elvis vedeva cose che io non sarei mai riuscita a vedere.

Simone non ha mai visto le ceneri di Elvis nello shaker, non ha mai sentito la consistenza vaporosa di un cadavere carbonizzato.

Simone rimane tra la porta socchiusa e il tavolino da bar di fianco al divano, il casco del motorino in mano, le parole il disco fa cagare che sprofondano tra noi in una voragine, fessure tra zolle, placche tettoniche separate per sempre da crepe invalicabili.

«Sai cosa dicevano alla fine dei concerti di Elvis per fare in modo che i fan urlanti se ne andassero?» gli chiedo.

«Immagino tu stia parlando del vero Elvis», dice Simone. Appoggia il casco sul bracciolo del divano e si fa cadere sulla sedia, come se già sapesse che gli romperò le palle per i prossimi quaranta minuti.

 «Dicevano, Elvis has left the building, cioè, Elvis ha lasciato l’edificio, capito?. Così i fan si calmavano e andavano via, e non lo aspettavano fuori».

Simone non risponde.

«Gli Americani hanno cominciato a usarlo per dire che qualcuno se ne va, o fa un’uscita drammatica. Quando muore».

Simone capisce dove stavo andando a parare. «Elvis non vorrebbe che tu stessi così», dice, ancora.

Io guardo i cerchi concentrici sulla sezione del tronco, i cerchi incisi sul vinile del disco che mi aspetta sul piatto. Mi alzo per farmi un gin tonic. Prendo un coltello dal cassetto, un lime dal frigo e comincio a tagliarlo, la lama che sbatte contro la ceramica del bancone a ogni colpo. Immagino le ossa delle mie dita spaccarsi, il sangue divampare come fuochi d’artificio.

Simone dice, «devi lasciarti questa storiaccia alle spalle», e ha ragione, ma non si rende conto che non tutte le porte si chiudono, che a volte sono rotte. Gli spifferi bucano la zanzariera, la corrente arriva in un vortice e i sibili di libeccio portano visioni della fine.

«Vattene e chiudi la porta quando esci», dico a Simone con un colpo di coltello sul lime.

Lo so, che la porta non si chiude mai del tutto. È comunque bello dirlo.

 

 

 

Chitarra

 

Rachele Salvini è dottoranda alla Oklahoma State University. Traduce e scrive sia in italiano che in inglese, il tutto mentre ascolta rock ‘n’ roll.

 

 

 

 

 

Tatiana Rotundo è uno spirito libero. Nata a Monopoli, viaggiatrice curiosa e attenta osservatrice, per lei la fotografia è Sentire: non potrebbe vivere senza il sole, il mare, il cioccolato e la pizza.