Quindici minuti o tutta la notte.

Non è facile decidere. Soprattutto ora, in questa situazione. Per farlo, o almeno provarci, devo indossare lo sguardo di questa città, quello che aveva quando l’ho conosciuta; qualcosa che permette a tutti di cavarsela. Lo spero proprio.

Il bello – se così si può dire – di questa reclusione sono le finestre. Prima uscivo, non c’ero quasi mai e mi ci avvicinavo poco, giusto il necessario. In questi giorni, invece, forse anche perché sono da solo, sono diventate importantissime. Suppongo che sia il periodo più indicato per bramare persone ma, dato che la memoria mi taccia come un cattivo interlocutore, per il mio futuro esprimo desideri a breve termine, tipo che non mi puzzi il maglione.

Quelli che hanno gli abiti che sanno di frittura quasi sicuramente vivono in un ambiente unico con cucina a vista, perfettamente adatto a ragazzi in transito e ospiti inattesi. Il classico bilocale dai margini imprecisi, che sconfina verso un divano largo, davanti a un televisore in prossimità di una porta, dove il piano cottura è alla portata di tutti e le mensole diventano garage in cui stivare oggetti che si scelgono per le loro forme essenziali.

Anche voi non ve lo eravate immaginati così il “diventare grandi”, vero?

Avevano ragione i miei coinquilini: sarei dovuto partire con loro con l’ultimo treno di mezzanotte. Ma non me la sono sentita di lasciare Milano. In verità, di lasciare lei.

Così sono rimasto da solo, senza i miei compagni a cui chiedere consiglio e che adesso mi sfottono in chat perché a casa non so fare niente, neanche un uovo al tegamino. In più, pagando l’affitto in nero e non avendo residenza o domicilio qui, sono terrorizzato di essere fermato appena varcato il portone. Per cui non mi muovo. Meglio di no. Meglio non rischiare.

Probabilmente, data la condizione, rimarremo una generazione caratterizzata dai disturbi d’ansia: è che stiamo ancora inseguendo, sbagliando, le stesse cose che volevano i nostri genitori. Una volta era facile: bastava avere almeno un figlio, almeno un mutuo, almeno una macchina.

Anche voi non ve lo eravate immaginati così il “diventare grandi”, vero?

Dondolo da fermo sin da quando sono piccolo. Da un piede all’altro. Destro e sinistro e viceversa, come camminassi sempre sulla gommapiuma e dovessi tenermi in equilibrio precario molleggiando di continuo. Lo so, visto dall’esterno è un comportamento riprovevole, fastidioso, maniacale: che toglie l’attenzione, che mina la credibilità, che lascia intuire un solo tipo di stato d’animo verso la vita. Ma non posso farci niente e, mentre mi lascio un po’ dondolare, vedo la materia di cui è fatto il poco cibo che è rimasto al freddo entrarmi pian piano dentro, in un viaggio dalla sensazione al pensiero.

Ho finito le provviste e mi resta solo un’arancia. Ma fosse questo il problema. Il problema è che devo decidere. C’è scritto quindici minuti o tutta la notte, nel suo ultimo messaggio. Un messaggio che non ammette repliche, solo decisioni. Ma come faccio a scegliere così su due piedi, da solo, disteso in bagno? “Non essere acerbo” mi ha detto anche, lei che ha fatto il classico. Io, perito elettrotecnico, infilo gli occhi nel vocabolario per cercare qualche via di uscita: secondo lei se non decido significa che non sono maturato, o non sarò in grado di farlo velocemente come desidera. Che non sono capace di prendermi le mie responsabilità. Che non sono all’altezza del compito. Precoce, immaturo, inesperto, giovane, prematuro, aspro, brusco, agro, acre, asprigno, acido, acidulo, pungente, scostante, sgarbato, severo, rigido, austero, duro, crudele, intrattabile, difficile.

Al termine di questa lista mi sembra che l’ultima arancia rimasta, anche lei sola nel frigo, abbia poca fiducia in me. Tra le due solitudini però, mi sembra davvero che l’agrume riesca a sostenere la sua con maggiore compostezza di me, perché guardando gli ultimi messaggi che ho inviato a lei sembra di non leggere niente, se non una lunga sequela di facili trovate create da uno studente alle avvisaglie di una depressione fatale.

Questa esasperazione grottesca non è studiata o programmata, fa parte di me da sempre. È una tragica tendenza della mia troppo fervida immaginazione. La mia analista, quando penso e agisco così, elenca cose, fatti, persone, traguardi che secondo lei avrei raggiunto; ma che fine hanno fatto adesso? Io ora non li vedo. È come se tutto quello che c’era prima adesso fosse a me sconosciuto. E se per caso avevo creduto che la selezione ci plasmasse in modo da renderci membri sani, felici, premurosi e cooperativi di una comunità, ahimè, mi sbagliavo.

Anche voi non ve lo eravate immaginati così il “diventare grandi”, vero?

 

Illusione – Fotografia di Alessia Marino
Illusione? – Fotografia di Alessia Marino

 

Il ronzio del frigorifero mi fa ormai da metronomo, come un orologio che segue un proprio andamento. Il tempo – suo e dell’arancia – scorre regolare, goccia a goccia, poi si ferma, gira su se stesso, si nasconde, riappare. È un tempo che invecchia più in fretta di me e per questo porta scompiglio nei luoghi, nelle relazioni, nei corpi e nel paesaggio. È un tempo che mi mostra il conto, sollecitando una qualunque decisione.

C’è scritto quindici minuti o tutta la notte. Vorrei chiederle se si tratta di amore o di sesso, di passato o di presente ma so che non mi risponderebbe, oppure replicherebbe con un “dovresti già saperlo”. Implacabile.

Non conta se siamo rimasti gli ultimi, o semplicemente una sera non avremo più nessuno a cui telefonare: c’è una legge spietata, dice che anche nel peggiore dei casi dovremo digerire questo deserto pronto a trasformarsi in vertigine.

Il cibo inchioda tutti, ma è anche un luogo meraviglioso per nascondersi. E tu lo hai fatto talmente bene da diventare trasparente. Il corpicino della donna in miniatura vestita di bianco – capelli scuri di un taglio asimmetrico, mani nascoste dietro la schiena a coprire, chissà, una borsa ripiena di libri – se ne sta adesso come sotto vetro, pallido, sezionato, depositario di un digiuno misteriosamente inviolabile. La tua prosa si è fatta evanescente, invisibile come quello che ingoi, come se le tue frasi di carta velina trattenessero un rimasuglio sminuzzato di fatti e di senso che due bacchette non sarebbero bastate ad afferrare. Se all’inizio, appena prima di addentare un cubetto di tofu fritto o la pastella di una tempura sul tatami, finivamo per assomigliare a dei cani che si annusavano prima di accoppiarsi, adesso di sicuro i nostri corpi non si toccherebbero nemmeno davanti a un succulento piatto di ramen.

Sono come quella ciotola che mi avevi insegnato a ripulire senza lasciare neppure un chicco di riso. Mi dicevi di farlo perché in ognuno vi sono sette divinità: me ne servirebbe almeno una, che mi venisse in aiuto adesso, per poter decidere come risponderti dentro questo dolore crudele, straziante, severo e muto, dove il mio alfabeto ha la forma di scodelle sporche, pavimenti anni settanta e chiede aiuto agli elettrodomestici per trovare le giuste intuizioni.

Siamo rimasti solo io e l’arancia. Mi sembra un po’ meglio che pensare che sono proprio solo. Ma, d’altronde, per una veglia come Dio comanda non c’è bisogno di esagerare in manicaretti.

Hai scritto quindici minuti o tutta la notte: e che sarà l’ultima volta.

Diventare grandi non lo immaginavate così, vero?

 

 

 

 

Emanuele Finardi lavora come autore freelance e ha pubblicato due raccolte di racconti per Coniglio Editore ed Ensemble.

 

 

 

 

Alessia Marino vive a Napoli e frequenta l’Accademia di Belle Arti. Le piace guardarsi intorno e ascoltare storie, se di vecchiarelli è meglio. Ha tre cani e un gatto.