Si muovono in perfetta sincronia: si inchinano, si inginocchiano, si rialzano in piedi con uno scatto di arrogante potenza, appena smussato da una pennellata di umiltà. Uno strato di colore davvero superficiale, come traspare dal duplice sorriso che si allarga nello stagno della chiesa mentre le due si voltano e danno le spalle all’assemblea. Sulle vesti rosse della domenica risalta la bianchezza della cotta, che resta impressa sulla retina anche se si chiudono gli occhi. Ora salgono gli scalini sino allʼaltare come se non avessero mai fatto altro.

Bruno, coi suoi otto anni che lo rimpiccioliscono, segue ammaliato ogni gesto e passo delle due bambine, poco più grandi di lui. Una bruna e una bionda, tanto perché ogni cosa evidenzi una smaccata teatralità. Lui sta nel banco in mezzo al padre e alla madre, che lo custodiscono in una prospettiva rovesciata rispetto alla sacerdota e alle sue chierichette. Tutti in piedi durante la lettura del vangelo e Bruno si illude che una delle due lo guardi, il volto pallido che galleggia sullo stendardo biancorosso in cui è avvolta. Non è vero e allora afferra la mano della madre, che stringe le sue dita brevemente e subito le lascia. Il racconto avanza dal pulpito allo stesso modo di una favola, ma breve. La officiante scruta i fedeli. Tace per diversi istanti. Lui sa che la predica sarà lunga, lo sanno pure le due chierichette mentre siedono composte sui loro sgabelli bassi, quella bionda si passa la mano tra i capelli facendoli montare nellʼaria, lo zampillo di una fontana. Lʼaltra coglie il movimento e cerca gli occhi della compagna. Non è possibile sbagliarsi: le labbra di entrambe si schiudono in un impercettibile inizio di sorriso reciproco – quello di chi conosce cose lontane –, bloccato dalla pratica alla serietà formale. Bruno vorrebbe entrare in quel sorriso, se le loro labbra, se i denti lo lasciassero passare. O finirebbe in una stanza nel ventre della balena? Quella bellezza gli fa desiderare fidanzamenti impossibili, la bionda gli si avvicinerebbe e… E. Sente qualcosa tremargli dentro. Ma lei è il tipo che corre in bicicletta ridendo.

La predica cammina nel silenzio misto a colpi di tosse invernali. Lui si arrampica verso la cupola in ombra, permettendo alle parole di attraversargli le orecchie e scorrere via inutili, perciò è colto alla sprovvista dal peso sulle spalle. Suo padre gli ha passato un braccio intorno, in un affetto monotono non richiesto. Bruno si scuote con unʼinsofferenza che gli è nuova e il braccio, ubbidiente, si allontana. Il bambino prende di nuovo la mano della madre, tentando di non farsi vedere. Lei lʼha dimenticata inerte sulla gamba. Bruno è sempre orgoglioso di sederle accanto durante la messa domenicale, gli piace quel suo modo lieve, un poʼ estraneo, di assistere alla funzione. Educato ma non troppo interessato, con parecchie pause a sedere, al di là delle indicazioni della liturgia. Agli antipodi del padre, che appena può si inginocchia prendendosi la testa fra le mani o pregando con gli occhi, che mostrano a volte una baluginante liquidità di lacrime, al nulla. Suo padre si confessa ogni settimana e fa sempre la comunione, sua madre resta seduta al suo posto: se dentro prega non ce nʼè traccia. Ma prega? Crede in Dea? Non accumulerà peccati mortali? Di fronte a queste complicanze dolorose, che odorano di pericolo e di domande a cascata, Bruno si ritrae e torna a fissare le chierichette che adesso, con sicurezza professionale, aiutano la sacerdota a smistare le offerte simboliche di doni portate allʼaltare da pochi parrocchiani prescelti. Quindi le due si riposizionano ai lati della celebrante, ne ricalcano le mosse, fanno squillare il campanello dorato allʼalternarsi delle scene liturgiche. Allʼelevazione il campanello trilla trilla trilla e le teste delle elette sprofondano in quella che deve essere unʼestasi mistica o unʼindicazione di copione. Sono entrambe bellissime – altere e infantili – e lui è convinto che tutti i fedeli le stiano osservando con la sua stessa invidia ammirata. Vorrebbe essere lì anche lui, sul palcoscenico sacro, a indossare le vesti rituali davanti alla comunità, darebbe sei mesi di paghetta per poter scuotere quel campanello sul quale si ferma la luce e che ha la voce acuta degli angeli.

Bruno si ritrae dal sogno prima di scottarsi: solo le femmine possono fare le chierichette e assomigliare agli angeli. Niente maschi. Il morso dellʼingiustizia – deve avere denti seghettati come i coltelli in cucina per provocare tanto male – lo conduce sullʼorlo del pianto.

Si riscuote per non farsi sfuggire la benedizione finale, che lo rallegra sempre con la promessa sottintesa di future gioie e che intanto lo restituisce alla libertà del fuori, dello scorrere della giornata, del rientro con la calda scorta dei genitori. Poi escono tutti insieme, in una fiumana irregolare che ha la trasparenza dei cappotti invernali ben allacciati. Bruno si volta mentre esce lento dal lungo banco – non vuole passare sullʼasse dellʼinginocchiatoio perché lo sporcherebbe con la suola delle scarpe – e guarda verso la sacrestia, coi suoi misteri profumati di incenso che di sicuro la sacerdota riversa a ondate sulle chierichette, a mano a mano che si toglie la pianeta verde e di seguito gli altri paramenti sacri. Lui qualcosa ne sa, visto che frequenta il catechismo. Sa, ma capire è un altro paio di maniche. Poi si unisce al flusso di persone che già chiacchierano dei fatti loro sotto la navata. La messa è finita. Cerca di avvicinare la madre, che è a metà strada rispetto allʼuscita.

«Bruno, non correre in chiesa!» il richiamo di suo padre è slavato, più dolce che con sale in corpo.

La madre è avanti, si guarda in giro non vedendoli, si ferma. Così la raggiungono. Ormai il grosso dei presenti ha oltrepassato la grande porta centrale spalancata e si raduna a piccoli gruppi sul sagrato.

«Aspetta, Eleonora: voglio accendere una candela,» la voce del padre tremola sullʼultima parola, uguale alla fiamma intorno allo stoppino.

«Dʼaccordo. Noi ti attendiamo fuori.»

«Perché non resti e accendiamo la candela insieme? La preghiera avrebbe più forza, no?»

«Corrado, quale preghiera abbiamo, in comune?»

Bruno percepisce lo schiaffo nella risposta – bonk! forte e chiaro –, che ripete tra sé e non comprende. La benedizione non ha funzionato. La madre prosegue ed esce. Lui le va dietro, abbandonando il padre come se lo avesse dimenticato, senza il minimo rimorso. Da grande non vuole essere come lui.

 

Soglia, di Alessia Marino
Soglia – Fotografia di Alessia Marino

 

«Mi aiuti a sbucciare le patate? Mangiamo prima, così.»

Bruno vorrebbe rifiutare, odia i lavori di casa, i noiosi lavori da uomini – “Che vuoi fare da grande?” è una domanda a cui desidera rispondere altro –, ma infine abbozza e prende un coltello dal cassetto delle posate. Se ne stanno lì in cucina, la lampada centrale accesa contro la luce piovosa che si affaccia invadente dalla finestra chiazzata di gocce. Pasta alla chitarra con pomodoro e ricotta, pollo arrosto e patate, dolce (la zuppa inglese sta nascosta da ieri sera nel suo recipiente di ceramica, ma a volte comprano un vassoio di paste tornando dalla messa): il pranzo domenicale diventa un rito semplice, che gli dà sicurezza nel suo ripetersi quasi identico a se stesso. È stato lui a scegliere quei piatti, li continua a desiderare una settimana dopo lʼaltra: niente verdura, brodo, pesce, fettina nel giorno festivo. Il padre gli cede la decisione, alla madre interessa poco quello che ha nel piatto. Lei adesso se ne sta nel suo studio, con la porta chiusa dalla quale esce sminuzzata lʼirruenza della musica classica. Evidentemente suo padre sta pensando a quel suono nello stesso istante ed è difficile anche per lui, visto che accende la radiolina che tiene sopra il frigorifero. Notizie, chiacchiere e canzoni sommergono le note aliene. Bruno ne è sollevato e deprivato, mezzo e mezzo, sospetta che nella musica che sua madre ama ci sia una bellezza che lui dovrà trovare, volente o nolente, in una futura caccia al tesoro. Però la radio è lì, non cʼè niente da imparare, tutti i suoi amici la ascoltano in continuazione, quando non si isolano nei giochi elettronici o nei programmi televisivi.

«Papà, perché quella musica la chiamano classica?» e proprio allʼultimo riesce a eliminare dalla domanda lʼaggettivo “noiosa”.

Il pollo lancia borbottii dal forno, lʼacqua comincia a bollire nella pentola in una specie di controcanto.

«Non adesso, Bruno, devo star dietro al mangiare. Poi è meglio se lo chiedi alla mamma. Anzi, bussi e le dici che tra pochi minuti è pronto.»

Lo studio è il luogo proibito della casa, non importa se lei ci sia o meno. Neppure suo padre ci si avventura a cuor leggero, persino quando ci deve fare le pulizie. Bussa alla porta e gli pare che la musica aumenti di volume per respingerlo. Poi lei è lì, siede a una delle due comode poltrone marroni di fronte allʼimpianto stereo, lo guarda per un paio di secondi come se non capisse chi è, gli accenna di entrare.

«Li senti gli ottoni? Avanzano bassi tra il rumore di fondo dei violini. Devi seguire loro,» gli indica di sedersi sulla seconda poltrona e dà lʼimpressione di dimenticarsi di lui.

Intorno le pareti ricoperte di libri, parallela alla finestra la scrivania con computer, fogli volanti, altri libri tutti con titoli incomprensibili, nei quali si ripete la parola ‘quantistico’, talmente misteriosa che Bruno ha impiegato un sacco di tempo a imparare a leggerla.

«Mamma, perché non mi insegni?»

«Non so se tuo padre sarebbe molto contento. Un figlio che ascolta la sinfonica, un intellettuale. Profilo troppo alto per un matrimonio felice.»

Lei fa uno strano verso, ai confini tra risata e lamento, poi si alza di colpo in piedi e spegne lo stereo. La musica si interrompe lasciando in giro pezzi di silenzio. Bruno è deliziato da quellʼaccenno al suo matrimonio – il resto della frase si perde, incomprensibile non meno di una lingua straniera –, è il tipo di storia futura sul quale gli piace tenere ferma la propria immaginazione, girando tutto intorno e ricominciando a girare.

«È pronto da mangiare,» si ricorda.

«Sì, certo. Andiamo di là. Come sei messo a fame?»

Bruno sorride e lascia che la fame scenda da dietro le rocce con la fulmineità di una tribù di pellerossa e lo invada.

***

Mangiano in cucina, su una bella tovaglia verde e rosa dove foglie e fiori si intrecciano raccontando qualcosa di una primavera che, specie oggi, è lontana anni luce. Bruno passa e ripassa gli spaghetti nelle pozze dove si raccoglie il sugo di pomodoro, cercando di non farsi accorgere li lecca prima di inghiottirli. I genitori si attardano sul primo, come se li imbarazzasse eppure non sapessero cosa farne. Non parlano. Quando hanno finito, Bruno raccoglie i piatti e li mette nel lavello, mentre il padre tira fuori il pollo dal forno.

«Che pezzo vuoi, Eleonora?»

«Il solito. Lʼala.»

«Anche un poʼ di petto, però, sennò è troppo poco. O lʼaltra ala.»

«Va bene unʼala. Non ho tanta fame.»

Bruno osserva il padre stringere le labbra. La madre giochicchia con un pezzo di pane, gli occhi altrove. Non cʼè mai stato tanto silenzio, verrebbe voglia di spingerlo da parte con le dita. Poi si distrae con la coscia croccante che gli viene appoggiata nel piatto, tra una distesa di patate.

«Hai già deciso cosa mettere in valigia?»

Ora i genitori si squadrano con cortesia esitante.

«No, mancano ancora tre giorni alla partenza.»

«Dovrai portare roba pesante: a Londra deve fare un gran freddo.»

«Non preoccuparti: staremo tutto il giorno nella sede del convegno. Prima discuteremo, poi litigheremo, se va come altre volte, infine tutti al pub.»

« Perciò uscirete e tu ti devi coprire bene. Vuoi che ti aiuti con la valigia?»

«No, Corrado, grazie. Mi arrangio da sola.»

Bruno ha ripulito il piatto e, ridendo, ruba una patata arrosto da quello della madre e se la caccia in bocca. Suo padre lo guarda male, ma lei, per fortuna, si unisce alla risata.

«Torni domenica, mamma?»

«Già.»

«Fai in tempo a venire alla mia partita di calcio?»

«No, lʼaereo arriva alle dieci di sera.»

Il padre scuote la testa e interviene.

«Anche se stavi qui non ci saresti andata.»

Bruno si accorge che suo padre è arrabbiato e che cerca di tenerselo dentro, ma non è molto capace. Rompe lʼuovo e non salva il tuorlo. Perciò la madre si irrigidisce a sua volta.

«Corrado, sai benissimo che il calcio non lo sopporto.»

«Tuo figlio, invece, lo adora.»

«E tu, non cʼè dubbio, lo incoraggi. Quando si tratta di correre dietro a una palla e tirare qualche calcio negli stinchi voi uomini perdete la testa.»

«Preferiresti che Bruno rinunciasse a qualcosa che gli piace tanto?»

«Non hai nemmeno cercato di fargli provare qualche sport più sensato. Dargli altri interessi.»

«Tanto ci sei tu che sai sempre quello che è giusto per lui! Gli metterai in testa strane idee e poi toccherà a me riportarlo coi piedi per terra, quando ti chiuderai dietro la porta dello studio.»

«Lui può essere di più!»

«Più di me, vero?»

Bruno non riesce a credere che suo padre stia gridando. Il viso della madre diventa rosso e lei serra la mascella. Bruno vorrebbe che il pranzo tornasse indietro e a posto, sente che sarebbe pronto a rinunciare subito alla zuppa inglese e persino al calcio, che in fondo è uno stupido sport da maschi che le ragazze non vanno quasi mai a vedere e di cui ridono. Non troverà lì la fidanzata a cui pensa spesso, quella per cui i compagni lo invidierebbero.

La madre è tornata al suo colore normale. Posa il tovagliolo sul tavolo.

«Torno in studio a finire la mia relazione.»

La voce è così fredda che Londra non può esserlo di più.

***

Una foresta di alberi di metallo lo ha circondato. Si trova in un luogo enorme e scuro, che non riesce a vedere bene. Gli alberi si stringono su di lui, la luce rimbalza sul metallo scavandone lʼodore pungente. Poi comincia lo scampanellio, continua, continua, mentre il braccio si intorpidisce a furia di scuotere. Continua piazzandosi dentro le orecchie, sta comodo e non se ne andrà mai.

Bruno si sveglia sudando. La prima impressione è di non essersi lasciato dietro l’incubo perché sente ancora rumore, benché la finestra buia indichi che è notte. Sono voci e il tono non è lontano dal metallo del sogno. Scende dal letto, a tentoni raggiunge la porta della sua stanza, è fuori. In corridoio sta fermo fino a che non si abitua allʼoscurità, quindi procede verso la stanza dei genitori tenendo una mano a contatto con la parete per non perdere la direzione. Stanno litigando. Le parole scivolano per la casa attraverso la fessura della porta della camera, rimasta socchiusa per sbaglio.

«… ci lasci di nuovo.»

«Si tratta di lavoro. Perché continui a rinfacciarmelo? Saranno giornate pesanti. Metterò in gioco i risultati di questo intero anno.»

«Quello che metti in gioco siamo io e Bruno.»

È la menzione del suo nome che gli fa perdere un pezzo del discorso? O soltanto sua madre che mantiene la voce più bassa?

«… stufa della stessa discussione.»

«Tu non mi ami più da un pezzo. Hai il coraggio di negarlo?»

Stavolta la risposta di lei arriva netta.

«Queste tue le definisci parole dʼamore? Forse dobbiamo ritararci entrambi.»

Silenzio. Poi sono le frasi del padre a non riuscire a mantenersi integre.

«… un altro?»

«Tu cosa pensi?»

Niente. Bruno non sente più niente. No, non è vero. Suo padre piange. Lui aspetta incredulo che smetta, che la madre lo consoli. Niente. Niente. Rimane lì e non sa se aspetta o ha paura di andarsene. Infine la luce si spegne e lui torna in camera sua, di nuovo facendosi guidare dalla parete del corridoio. Un poco facendosi reggere.

***

La mattina a scuola scorre come ogni lunedì. Il giorno più brutto della settimana. Bruno si rigira nella testa le parole che ha rubato la notte precedente e sono molto brutte anche loro. Le ore in classe passano in modo strano: alcune lentissime, altre corrono. Non comprende perché. Si sente stupido, oggi. Anche in mensa gli pare che i suoi compagni siano dietro il vetro di un acquario, separati da lui e diversi. Le bambine se ne stanno per conto proprio e danno lʼidea di divertirsi un mucchio, mettono un poʼ timore, così compatte e sicure, il mondo intero a diposizione. Nessuna lo guarda.

Finito il tempo pieno, Bruno indossa lo zaino e lo scuolabus lo riporta a casa, nel buio frettoloso dellʼinverno. Mentre apre la porta non ha voglia di entrare. Suo padre lo accoglie sorridendo, ma ha una faccia strana, bianca, tipo un fungo rimasto troppo a lungo nel barattolo dei sottʼolio.

«Ti preparo pane e marmellata? Vuoi una mela?»

«Mamma è tornata?»

«È ancora al Centro. Devono rivedere i dati per il convegno e sono sotto pressione. Arriva per cena, mi ha detto.»

Parlano un poʼ della giornata a scuola, a fatica perché sono entrambi distratti. Più tardi suo padre indossa il cappotto.

«Pensavo di andare alla messa del pomeriggio, ma non mi va di lasciarti qui solo. Hai voglia di accompagnarmi?»

Bruno vorrebbe sbuffare, dire che non ha intenzione di muoversi e poi chiudersi in cameretta coi suoi giochi. Alza gli occhi sul padre e lo vede così stanco, quasi piegato su se stesso. Ed è raro che lui vada in chiesa di pomeriggio, in genere succede quando deve chiedere una grazia. Fa spesso fioretti e ha insegnato a farli anche a Bruno, che però in genere se ne annoia a metà e così li infrange: perciò niente otto in matematica, niente nuova Playstation, niente fidanzamento in classe con la desideratissima Federica.

«Ok papi, vengo anchʼio.»

***

La chiesa è poco illuminata, le luci si accendono solo alla domenica. La funzione è celebrata in un altare laterale e i fedeli sono pochi, quasi tutti uomini coi rosari tra le dita, le uniche due donne sembrano centenarie e stanno sedute vicine, nellʼultima fila. Da quando si sono infilati nel banco, le teste basse, suo padre si è messo in ginocchio e Bruno vede le sue labbra che cincischiano preghiere. È imbarazzato da una simile devozione plateale. Incontrollata.

La sacerdota ha meno gradini da salire rispetto allʼaltare maggiore, ma comunque la accompagnano due chierichette. Oggi, sotto la cotta candida, la veste è nera. Bruno la legge insieme alla tristezza del pomeriggio invernale. Una delle due bambine è la bionda del giorno prima, gli sembra ancora più bella, forse perché è più vicina e lui la può osservare meglio. Ha occhi chiari che si guardano in giro e non perdono nessun particolare di ciò che ha davanti. Sotto lʼorlo della tunica nera spuntano i calzini bianchi. La seconda chierichetta, invece, è diversa da quella di ieri, però lei pure è scura di capelli. Bruno si chiede distratto se sia una regola della parrocchia: una chierichetta bionda e lʼaltra mora. E si chiede come sarebbe se una di loro lo prendesse per mano, lo accompagnasse in sacrestia – in chiesa sarebbe inconcepibile, la Dea scenderebbe dal cielo per fulminarli – e lì lo baciasse in un angolo buio. Nel caso, preferirebbe fosse la bionda. Da grandi si sposerebbero, è naturale: lei glielo chiederebbe subito e lui risponderebbe di sì, senza esitare neppure un attimo, non è uno di quei maschi smorfiosi che si fanno pregare. Non crede, almeno.

Suo padre si stacca dallʼinginocchiatoio soltanto per fare la comunione.

«Andate in pace,» recita la sacerdota.

Suo padre si tira su come se avesse una pietra in mezzo alle spalle, guardandosi intorno costernato.

«Torniamo a casa, Bruno.»

Lui vorrebbe partire per le crociate o per un pianeta sconosciuto. Giochi non adatti ai maschi. Riesce a cogliere, con la coda dellʼocchio, uno svolazzare di veste nera su calzino bianco che oltrepassa la porta della sacrestia. Scompare.

 

 

 

Immagine personale Elisa Franco

Elisa Franco ha molto peregrinato per perdere le radici, è risorta da una laurea mortale, fotografa, archivia, scrive impilando racconti, spesso porta le bretelle.

 

 

 

 

Alessia Marino vive a Napoli e frequenta l’Accademia di Belle Arti. Le piace guardarsi intorno e ascoltare storie, se di vecchiarelli è meglio. Ha tre cani e un gatto.