Erano le due del pomeriggio, non c’era traffico: avevo voglia d’arrivare davanti al mare, sentirlo sbuffare, vederlo schiantarsi contro le conchiglie e i detriti della battigia. Mio padre mi ha chiamato sul cellulare perché non trovava le chiavi: gli ho detto che se fosse sceso nel box non avrebbe trovato neppure la macchina. Ho spento il telefono e ho infilato una mano dentro il cruscotto: prendendo gli occhiali da sole ho fatto cadere una scatola di preservativi. L’autostrada per Genova correva tra i tralicci dell’elettricità e i prati coperti da capannoni di lamiera, le insegne delle ditte avevano nomi strani e, per divertirmi come da bambino guardando i cognomi sulle lapidi del cimitero, ne ho letto qualcuno: Genefalk, Trafilatex, Alcolm. Dai container posati nei piazzali spuntavano scarti rilucenti: un uomo in tuta da lavoro fumava e guardava l’autostrada passare. Più avanti, in un’area di sosta, c’era un tir bianco: ho immaginato giungesse dalla Scandinavia con la cella frigorifera stipata di salmoni. A Bereguardo, grigio come il ghiaccio impataccato di un diorama, il Ticino passava tra bordi ghiaiosi aggrediti da brutte piante, germogliate senza un ordine logico: pareva che madre Natura si fosse divertita a giocare col caos. Le gomme saltavano sulle saldature dell’asfalto e ho riso: come fantasmi sono apparse le teste dei miei genitori e io seduto dietro che le osservavo ciondolare al ritmo del pavé d’una viuzza di qualche borgo. Mia madre è convinta che io non sia del tutto a posto, quando avevo quindici anni la menava con la storia che non mi vedeva mai con una ragazza, e s’inventava di tutto per farmi studiare con Silvia solo perché il padre era inglese. Immaginava di mandarmi a Brighton, aveva in mente che sapere l’inglese m’avrebbe salvato la vita, aperto possibilità. Peccato soltanto che io e Silvia non ci sopportassimo; e poi lei odorava di borotalco e yogurt, e aveva sempre quella faccia da compito in classe andato bene. No, proprio non poteva nascere nulla tra me e lei. È finita con mia madre in ginocchio davanti ai genitori di Silvia che li pregava di non sporgere denuncia: lei non aveva gradito il mio pene eretto infilato a segnalibro nel Conte Pianezzola di latino. Poi un giorno, qualche mese dopo, ho baciato Eliana: in principio lei teneva la lingua rintanata dietro i denti, poi si è lasciata andare e la sua bocca sapeva di menta. Ci siamo tolti le scarpe e confusi, sul letto, siamo andati alla scoperta l’uno dell’altra. Avevo lasciato le canzoni in sottofondo e dalla finestra entrava una bella luce, i libri erano aperti sulla scrivania e ogni tanto una pagina si voltava accompagnando i nostri gesti. Pensavo che Eliana avesse le tette più grandi, con la maglietta non si capiva. Forse anche lei immaginava ce l’avessi più grosso: l’ha toccato appena, più che altro sembrava curiosa. Alle cinque l’ho accompagnata alla fermata. Sono stato lì con lei ad aspettare l’autobus, mi ha detto che la prossima volta potevo andare io a casa sua a fare i compiti. Ho annuito e mi sono accorto d’essere in ritardo per l’allenamento, così ho chiamato Roberto e siamo andati a fumarci una canna. Lui voleva andare a graffitare i piloni del ponte. Io non avevo voglia e abbiamo fatto un salto al supermercato a prenderci da bere; le lattine le abbiamo bevute sulla panchina del parchetto. Quando Roberto ha aperto la sua, è uscita la schiuma e ci siamo fatti una doccia ai cinque luppoli. Mi sono asciugato i jeans e una signora che passava con il cane ci ha guardato male. Il cane era orribile, col corpo tozzo e le gambe corte, lo sguardo di chi mangia, caga e scodinzola senza comprenderne il perché, ma tenendosi sempre pronto ad abbaiare per ogni irragionevole motivo. Al campetto, alcuni extracomunitari giocavano a basket; ci siamo uniti a loro e uno di quegli arabi sparava frasi da un quarto d’ora aspirando le a e le acca. “Cosa stai dicendo?”, ho chiesto. “Dico passami la palla”, m’ha risposto ridendo con i denti marci. È una giornata che ricordo sempre, non lo so perché, come la volta che con i miei eravamo a Varazze, io avevo dieci anni, e c’era un mare blu di primavera già calda; mamma e papà sembravano felici, mentre insieme guardavamo le rocce a strapiombo sulla spuma delle onde; sull’orizzonte passavano le navi arrugginite e io speravo non affondassero che sennò il petrolio finiva in acqua. Prendo una caramella dal portaoggetti: c’è scritto citrus-lemon, la succhio dieci secondi e la sputo sul tappetino. A guidare con il cambio automatico non ci vuole niente. È come sull’autoscontro. Ho accelerato e poco dopo, appeso tra il cielo e le corsie, è apparso l’autogrill.

 

Se il tempo è vita, di Alessia Marino
Se il tempo è vita, questo è un istante di vita – Fotografia di Alessia Marino

 

Mi piacciono gli autogrill che scavalcano l’autostrada. Custodiscono un mistero che non so spiegarmi, sono fantascienza, il linguaggio dei neonati. E di nuovo, come spettri di fumo e gommapiuma, ecco apparire i miei genitori: bevono il caffè mentre io osservo le macchine dileguarsi nel futuro. Ho scritto questa frase in un tema sul viaggio, ma la prof non l’ha capita e ha segnato delle ondine rosse a lato. C’è un bel viavai nel piazzale. Posteggio, chiudo tutto con il telecomando e mi dirigo verso la scalinata. Dentro l’autogrill c’è odore di sottaceti bruciati. Le griglie per scaldare i panini restano sempre accese e, quando non tostano il pane, attirano nelle loro fauci quel che c’è attorno. Lei guarda da quando mi sono seduto. Forse lo faceva già da prima, quando ero in fila per fare lo scontrino e poi in fila per la coca e il panino. All’inizio non ero certo guardasse me e ho fatto finta di niente: ho dato due morsi e ho stappato la lattina. Non c’è modo di evitarla. Mi volto, mangio, leggo i menù; mi rigiro e lei senza pudore mi osserva: ha i capelli lisci, dorati, gli occhi sono due calamite di ferro. Non fa nient’altro che fissarmi e giocare con la borsetta; accavalla le gambe e lascia che la scarpa le scivoli dal tallone. La trattiene solo con la punta del piede che flette con leggerezza. Indossa calze di nylon fini, color carne. La pelle è d’un rosa invadente che pare tatuato: avrà trent’anni, non so. Non sono bravo a dare l’età. Finalmente si alza e viene verso di me: ho il cuore che è un mortaio ma almeno, penso, scoprirò cosa vuole.

«Sei qui da solo?», domanda quando i tacchi smettono d’infilzare il pavimento. E aggiunge: «Non ti spaventare.»

Simulo scioltezza, sposto la sedia e mi giro meglio, anche se fatico a guardarla dritto in viso. Lei è bella, insomma, è una figa cosmica.

«Sei giovane, quanti anni hai?», insiste. Tiene gli angoli delle labbra a sorriso, adesso mi sembra una ragazzina dispettosa.

«Ventuno» mento controllando il tono della voce: «È importante?»

Lei si sfiora i capelli con le mani, come per levare della polvere invisibile: «Ho litigato con il mio fidanzato,» dice «mi ha mollato qua.»

«Ah!», mi guardo attorno senza sapere che dire: «Interessante» butto lì. Mordo il panino, bevo un sorso: «Io vado al mare.»

«Al mare?», ripete delusa, fa una smorfia: «Speravo verso Milano, per uno strappo.»

«Non hai nessuno che ti possa venire a prendere?»

«Perché?»

«Così, è strano, no?»

Il suo profumo sbatte dovunque, non è borotalco né menta, è buono, m’insegue le narici e frusta l’ipotalamo: forse dovrei alzarmi e andare, sono confuso, eccitato, impaurito e un sacco di altre cose. È una prima volta, sono vergine, tutto qua.

«Non ho visto nessuno di cui possa fidarmi,» dice, «magari mi prende in macchina uno mezzo matto.»

«Potrei esserlo anch’io.»

«Tu no!» ride, «la fisiognomica è una mia fissa,» dice seria, «e tu no.»

«Al mare mi faccio una mangiata di pesce, ero stufo di studiare.»

«Studente, auto e mangiata di pesce; non ti mancano i soldi eh?»

«Può darsi,» rispondo temendo d’essere finito in una trappola «e da quanti giorni sei qua?» dico ridendo, «sopravvivi a Camogli?»

«Spiritoso,» fa lei, «comunque ho scelto te.»

Una voce roca, sopra di noi, ci interrompe. C’è un tizio. Ha un aspetto torvo, sale dai piedi al torace e poi s’incurva come un punto di domanda. Dice che non possiamo stare seduti qua e che i posti sono riservati al ristorante: «Quando è aperto» precisa guardando soprattutto me. Mi alzo al volo, non mi va di discutere. Lei non si muove. Faccio per allontanarmi e mi cinge il polso invitandomi a restare: un brivido mi scortica il braccio e si pianta nel centro della pancia. La guardo mentre guarda l’uomo che guarda me. Lei percepisce il mio fastidio e mi lascia. Mi muovo irruente e con lo stinco urto una sedia che cade in un fragore di legno e ceramica.

«Questo casino per una sciocchezza?» fa lei restando seduta e alzando il viso in quello accigliato del tizio, «calma.»

«Nessun casino,» fa lui, «è una sala riservata, tutto qua.».

«Vai, se devi!» mi fa segno notando la mia ansia, «vai!» dice seccata mentre io sistemo la sedia.

Ci resto male, ma vado: non mi volto più. Giro attorno al bar. Faccio all’inverso il tragitto di prima. M’infilo nel corridoio dei salumi, seguo il labirinto e cammino verso la cassa. Mi fermo ai bagni per pisciare. Lavo e asciugo in fretta le mani. Scendo la scalinata deciso e sono fuori: il soffio del vento mi porta il ruggito dei camion. L’asfalto è macchiato d’olio e un benzinaio sta infilando cinquanta euro nel marsupio. Le auto si muovono tra le sagome di metallo e plastica dei distributori. Arrivo davanti alla macchina, o meglio, dove l’avevo lasciata, perché la macchina non c’è. Mi cerco addosso le chiavi: non le trovo. Mi guardo attorno e ne sono certo: l’avevo posteggiata nella fila centrale sotto il pergolato. Penso sia stata lei, non so come ma mi ha fregato. Stordito torno verso l’autogrill, riattraverso il ponte di vetro sospeso sull’autostrada e l’aceto tostato di nuovo mi raspa la gola; è un déjà vu. Guardo il tavolo dov’ero seduto e non riesco ad allontanare la vergogna per la mia inadeguatezza. Poi lei riappare: la basculante della toilette le culla la gonna e la sospinge verso me. Mi passa a fianco fingendo di non vedermi, ma noto il suo sorriso beffardo. La inseguo e la prendo per un braccio.

«Quel passaggio a Milano,» dico, «non posso dartelo visto che m’hanno fregato la macchina.»

Ha le braccia conserte e attende solo che io smetta di parlare.

«Mi hai preso le chiavi,» dico in un fiato.

Lei si libera dalla presa e mi spinge via: «Se ti ritrovo la macchina, mi porti a Milano?»

«Allora è così? L’hai presa tu!»

«Le chiavi sì, visto che le hai lasciate sul tavolo quando sei fuggito via, la macchina però…» allarga le braccia e arriccia il labbro: «Credo che l’arcano sia svelato dall’architettura dell’autogrill, perfettamente simmetrica,» fa penzolare le chiavi, «struttura a ponte. Angelo Bianchetti è l’architetto che ha progettato il primo, poi ne ha progettati altri.»

«E questo che c’entra?»

«C’entra,» squittisce riempiendosi gli occhi di luce, «e poi…»

«Poi cosa?»

«Questi autogrill a ponte sono una specie di confine.»

«Che dici?»

«Una frontiera, sono porte.»

«Porte?»

«Sì, tra la vita e la morte. Sale d’aspetto, anche.»

«Nient’altro?», sorrido.

«No, a parte che Angelo Bianchetti era mio nonno.»

«L’architetto?»

«Lui.»

«Nonno.»

«Non ci credi?»

«È importante?»

«Per me sì.»

Sorrido divertito: «Bene, quindi?», faccio per prendere le chiavi ma lei si ritrae: «Ehi! Questo passaggio lo vuoi o no?»

«La verità è che sono morta in un incidente stradale, proprio là sotto», indica la linea d’asfalto che passa sotto di noi.

Il sangue mi si gela: «Sei pazza più di me» dico con un pungiglione nella pancia.

«Pensala come vuoi ma è tutto vero.»

«E la storia del fidanzato che ti ha mollato qua?»

«Non volevo spaventarti, non mi avresti creduto.»

«Sì, va bene, molto spiritosa, ora dammi le mie chiavi!»

«Prima prometti», fa l’occhiolino.

«Cosa?»

«Che mi porti indietro a Milano.»

«Sì, sì, prometto, ma spicciamoci.»

«Lo sapevo che eri quello giusto, non sbaglio mai.»

La seguo, mi segue, ci seguiamo nel senso opposto a quello da cui tornavo: era il lato sbagliato. Senza parlare attraversiamo un salone di gente che mangia: la scalinata, questa volta, è quella giusta, e scendiamo dal lato che porta a sud, verso il mare. L’auto è dove l’avevo posteggiata. Entriamo.

«Se sei morta, mi spieghi cosa fai in macchina con me, qua seduta, su questo cazzo di sedile?»

«Mio nonno…», inizia a spiegare stiracchiandosi.

«Angelo Bianchetti?», la interrompo.

«Lui. »

«Lui cosa?»

«Lui ha voluto darmi un’altra possibilità.»

«Non capisco.»

Si gira di sbieco, mi osserva e mette una gamba a triangolo sul sedile. Non credo a una parola, è questo che mi piace.

«Nonno Angelo, dal cielo, ha avuto la possibilità di salvarmi, ma vivo dentro questo autogrill da vent’anni,» mi spiega, «a volte trovo qualcuno che mi riporta a Milano, da dove ero partita con mia sorella per andare al mare,» dice, «ma non posso proseguire, questo autogrill è il mio confine, avrò trent’anni per sempre.»

«Sto facendo finta che sia vero,» le tocco una guancia ed è di carne, le sfioro i capelli e sono veri, «e quando qualcuno, tipo me, ti riporta a Milano?»

«Ho ventiquattrore di tempo per vivere fuori di qua, poi mi risveglio ancora in autogrill.»

«Tutte le volte?»

«Sì, ma non capita sempre di trovare la persona giusta che possa riportarmi a Milano.»

«Vuoi dire che devi trovare un fesso credulone come me?»

«No.»

«Ah no?»

«Devo trovare qualcuno che lo può fare.»

«Eh, certo, mi pare normale.» Le tocco una gamba e sento il suo calore, le sfioro una spalla e sento ossa e cartilagini, le accarezzo le mani e sento un brivido: «Tu sei calda, sei vera, sei viva,» dico, «mi stai prendendo in giro, ma non importa,» accendo il motore, «ora andiamo però.»

Faccio manovra, mi libero dal posteggio, accelero verso l’uscita dell’autogrill. Angelo Bianchetti, ripeto tra me e me, scuotendo la testa. Lei non parla più, è assorta, pare felice e serena.

«E tua sorella?» chiedo.

«Lei non ha voluto restare qua per sempre.»

«E dov’è andata?»

«Via, è andata via.»

Guido fino a Casei Gerola ed esco dall’autostrada: il casellante ha la faccia quadra, gli occhiali spessi, i capelli unti. Immagino somigli a qualche capufficio che conoscerò in futuro. Mentre pago, non riesce a distogliere gli occhi dal bordo della gonna di lei, è contorto in un’espressione viziosa. Mi dà il resto con le grandi dita e la moneta da dieci gli resta appiccicata al polpastrello. La stacca con il pollice dell’altra mano e mi guarda con un ghigno ebete che schivo premendo l’acceleratore.

«Ora guida tu,» dico accostando, «neppure ho la patente, ho diciassette anni.»

Sorride. Io giro svelto attorno all’auto. Lei, intanto, scivola sul sedile di sinistra: è fantastica, è eccitante. Fa inversione e s’infila sotto la pensilina, fa scendere il vetro, prende il biglietto: è dolce, è così bella. Poi tutto svanisce: il casello, la direzione del mare, le ipotesi. Sento aggredirmi un’assurda voglia d’esistere, di masticare, d’attraversare il lampo che mi proietterà nel futuro.

Lei danza sui pedali, le gambe seguono quel ritmo, sono serpenti sinuosi che nessuno incanta ma che incantano me: «Bella la macchina automatica,» fa ciao con le mani, accelera, si sposta sulla seconda corsia, «è come guidare le automobiline del parco.»

«Che farai nelle prossime ventiquattro ore?»

«Ah! Un po’ di tutto.»

«Non vorresti rivedere tua sorella?»

«E come?», fa un respiro, «magari un giorno la raggiungerò, basterà uscire dall’autogrill e andare verso sud.»

«Lo sai che sto sempre facendo finta di crederti, vero?»

«Fai come ti pare.»

«Vuoi dire che tra un giorno, domani, ti ritroverò all’autogrill?»

«Io sarò lì, ma tu non potrai vedermi. Solo una volta è possibile, vale per tutti quelli che mi riportano a Milano.»

Resto in silenzio. Questo mi spiace, ma penso che in fondo sia un bel gioco: «Certo che per essere morta, sei brava a guidare,» dico, «sicura, rapida.»

«La conosco a memoria questa strada.»

«Guidi sempre tu al ritorno?»

Non dice niente: è splendida, è così vera. Roberto non crederà mai a questa storia, e non crederà mai a quello che forse deve ancora capitare. Vedo nello specchietto il riflesso dell’autogrill di Angelo Bianchetti dileguarsi nel passato: la scriverò nel tema questa frase, e ‘fanculo ai segni rossi della prof.

 

 

 

 

Luigi Antioco Tuveri, Milano 1964, sardo a metà. Romanziere per vocazione, scrive anche racconti perché sono più brevi. Se lo cercate sulle riviste lo trovate.

 

 

 

 

Alessia Marino vive a Napoli e frequenta l’Accademia di Belle Arti. Le piace guardarsi intorno e ascoltare storie, se di vecchiarelli è meglio. Ha tre cani e un gatto.