«Il pregiudizio è un istinto naturale, proprio degli uomini e delle bestie», mi aveva detto il professor Pitale incrociandomi sul pianerottolo un mesetto fa. Io quella mattina ero in ritardo e i suoi due pinscher, come da tradizione, abbaiavano incattiviti contro il mio bastardino. «A me non piace che ogni volta che ci vediamo per strada tu cambi marciapiedi» aveva continuato il vicino. Il mio cane strattonava il guinzaglio, ringhiava preoccupato ai suoi due minuscoli haters, io ero veramente in ritardo. «Se i nostri cani non si sopportano è solo perché non si sono mai conosciuti» mi stava dicendo il professore, avvicinandosi lentamente. «L’ignoranza genera paura, la paura genera odio e il mondo, di odio, ne ha fin sopra i capelli. Poniamo fine a questo strazio: facciamo conoscere i nostri cani, così che non si urlino più addosso, e così che tu la smetta di cambiare strada quando mi vedi da lontano». Il professore mi guardava bonario.

Un’ora dopo guidavo verso la clinica veterinaria più vicina. Il mio cane era stato morso da uno dei due fottutissimi pinscher. Io ero maledettamente in ritardo.

Per il pubblico mi chiamo Jonas. Per i pochi parenti che ancora mi rivolgono la parola sono Giacomo Vivacchio. Cognome curioso, curiosa la professione. Faccio il mago.

Chiudete pure la bocca, non è il caso di sgranare gli occhi, non ho niente a che vedere coi nomi noti dell’illusionismo. Davanti ai miei numeri scopiazzati Houdini scapperebbe, David Copperfield, che è più moderno, si limiterebbe a sputarmi. Con le streghe e gli stregoni delle saghe famose, quelle alla “Harry Potter”, ho in comune solo che mi rivolgo ai ragazzini. Ma se quelle saghe finiscono poi per piacere anche ai grandi, con me pure i ragazzini si imbarazzano, si guardano fra loro, gli faccio tenerezza.

I bambini più piccoli, quelli sì, i bambini in fasce costituiscono il mio pubblico ideale e i miei prodigi destano ancora il loro stupore. A volte però si spaventano, piangono, i genitori mi guardano male. Io poso la bacchetta, preparo una voce allegra e molto acuta, mi copro gli occhi, domando “Dove sono i bambini?”. Poi li scopro, dico “Eccoli!”.

Di solito funziona. I bambini ridono, i genitori tornano a ignorare il mago, alakazam.

Ma basta che un ragazzino abbia visto appena mezzo videogioco, che si ritrovi fra le mani un cellulare, e già nella sua classifica degli interessi finisco subito dopo lo zio malato che non sgancia mazzette. Durante la performance di oggi, da quando la chiamo performance ho notato che sono aumentati gli ingaggi, un bambino, avrà avuto otto anni, a un certo punto è venuto da me, mi ha toccato il braccio, era un bimbo delicatissimo, mi sono chinato verso di lui, mi ha sorriso, gli ho sorriso, mi ha sussurrato: «Dai, basta».

E lo ha fatto in un modo così persuasivo che mi ha convinto, sono forti i bambini di oggi. Ho salutato tutti, ho detto che lo spettacolo sarebbe finito prima del previsto, mi hanno fatto un applauso lunghissimo, sentito, erano proprio contenti, sono forti i bambini di oggi.

Sono tornato in camerino, è uno stanzino senza finestre usato perlopiù come sgabuzzino, alla postazione trucco, che poi è una vecchia consolle marcia, chissà come ci sarà finita qui, avrà avuto una vita certo più eccitante della mia, insomma alla postazione trucco ho trovato una lettera d’amore. Era un foglio A4 ripiegato tre volte, cominciava così: “No, io debbo scriverti”.

Tornate pure a perdere interesse, non ci sono solide basi per del chiacchiericcio. La verità è che mi vergogno un po’ perché io, di lettere d’amore così, non ne avevo mai ricevute prima. Ma neanche di lettere d’amore diverse: parliamoci chiaro, io mi faccio chiamare Jonas, faccio il mago, chi le scrive a me le lettere d’amore?

Ho pensato a un equivoco. Dato che ci sono io, oggi nel camerino non ci entra nessuno per ragioni di privacy, ma la lettera potrebbe essere rivolta all’inserviente che, quando me ne andrò, vi avrà nuovamente accesso per prendere scope, detersivi, secchi. Allora lo cerco. Lo trovo su uno sgabello, guarda video sul cellulare. Gli dico: «In camerino c’è una lettera e non credo sia mia. Se vuole entri pure a controllare».

Lui, senza nemmeno staccare gli occhi dal suo schermo, mi risponde: «È tua, è tua Parla di un mago, tu sei un mago, la lettera è tua».

In effetti l’inserviente non ha mica torto, deve essere uno che se ne intende, lui, di femmine. La lettera, a un certo punto, fa così: “La tua magia m’ha stregata, lascia la città o finirò per incanto fra le tue braccia”. Fa così, la lettera.

E c’è un altro passo sulla magia che dice: “Sono in tuo potere, fammi tua, legami, dividimi pure in due parti”.

Che ancora una volta penso a un equivoco, perché io quelle magie là, quelle della divisione in due dell’assistente, o anche tutto il filone escapologico, di quei numeri lì non ne ho mai fatti, i bambini si impressionerebbero. Che poi adesso, a ripensarci, i bambini non si impressionano più per niente: potrei pure farla la divisione dell’assistente. Se questa signora della lettera è così disponibile, lo propongo alla prossima festa di compleanno.

Metto la lettera nel taschino della giacca e me ne vado dal committente per il pagamento. Quello di oggi era un lavoro del cavolo, ma è un periodo che accetto di tutto. Lui mi fa i soliti complimenti stantii, “che numeri affascinanti”, “il pubblico pendeva dalla tua bacchetta”, “l’idea di finire prima è stata geniale”.

Io non lo ascolto, lui se ne accorge, mi chiede: «Problemi?». Gli dico che sono un po’ sovrappensiero. Lui fa un risolino, «Lo so, rubacuori, ho letto la lettera», mi dice. «Jonas lo sciupafemmine» insiste. «Ti ho dato qualche euro in meno che siamo un po’ in crisi» conclude, salutandomi.

Se vi meraviglia che uno come me possa essere definito a trentasette anni uno sciupafemmine, sappiate che sono il primo a restarne sorpreso. Ho avuto una sola storia, durata sei anni, finita tragicamente con una minaccia di suicidio. La mia.

Lei si chiamava Elettra. Le inviai una sera su whatsapp la foto di un cappio che avevo comprato in sconto dal ferramenta. Avevo chiesto al commesso se la corda era resistente, mi aveva detto: «Provala pure, hai due settimane per cambiare la merce».

Mandai ad Elettra l’immagine del cappio e sullo sfondo si intravedeva una nostra foto, eravamo in viaggio a Saronno, ridevamo. Le scrissi “Senza di te non è vita. Questa sera, alle nove e sedici, salirò su una sedia, mi esibirò nel mio ultimo numero”. Mi rispose “Scusa, non riesco a venire a vederti, a quell’ora ho pilates”.

Non mi diede neanche l’in bocca al lupo.

Ha sempre avuto un umorismo imprevedibile, Elettra. Non rideva mai alle mie battute, ma bastava che sbagliassi una parola, che dicessi per errore buongiorna invece di buongiorno, e non la finiva più. Sono stato bene con lei. Tra di noi c’era un certo feeling. Dico feeling ma forse è più corretto dire connessione. Dico connessione ma forse è più corretto dire interesse: mio padre è un pezzo grosso all’università in cui lei faceva il dottorato.

Mi si presentò all’improvviso, io stavo bevendo un succo, lei mi chiese se quella sera avevo impegni. E siccome ci misi un po’ di tempo ad articolare una risposta lei concluse che no, non ne avevo, ma che adesso sì, perché ero impegnato con lei. Era il 21 marzo, faceva già caldo, mi presentai alla sua porta con una rosa comprata da un cingalese che mi aveva fatto sentire in colpa.

«Buonasera» mi disse, ed era effettivamente in abito da sera.

«Buonasera» le risposi, e avevo avuto la decenza di cambiare la felpa del mattino.

«E quella rosa?» mi domandò. «L’hai comprata dal cingalese?»

«No», risposi io.

«Sì» insistette lei, «l’hai comprata dal cingalese. Ti sei proprio sprecato. Se non ti andava di vedermi potevi dirmelo».

Presi un minuto per pensare, poi improvvisai: «Mi sono sprecato tantissimo, la rosa l’ho presa dal cingalese ma non gliel’ho pagata, gliel’ho rubata. Adesso ci ho tutta la comunità tamil contro, infatti se andiamo a mangiare fuori evitiamo la zona Chiesa Rossa, per favore».

Elettra mi baciò.

E anche se era nata come relazione interessata, questo suo intenerirsi per il mio non sapere stare al mondo, quel suo eccitarsi per i miei continui inciampi ci portò avanti inaspettatamente per sei anni. Sono stato bene, con lei. Una delle cose più dolci che mi disse, me la ricordo ancora, fu: «Quando corri sei goffo».

Riportai il cappio al ferramenta, lo cambiai con dei fili colorati, ci feci un portachiavi scooby-doo.

Pavarotti, di Marsiglietti
Pavarotti — Fotografia di Massimiliano Marsiglietti

Cammino per strada e ripenso alla lettera. “Lascia la città o finirò per incanto fra le tue braccia”. Converrete con me che è intrigante. Che, se non è uno scherzo, questa signora è una che sa il fatto suo. Converrete con me che è persino inquietante: cammino per strada e mi guardo intorno circospetto, tengo le braccia lontane dal busto per paura di trovarmici come per incanto qualcuno nel mezzo.

Quanto è che non abbraccio una ragazza? Quant’è che non ci parlo? Ripenso alla lettera, ripenso ad Elettra, penso che la prima parola è l’anagramma della seconda, mi chiedo se è un caso. Dall’altro lato della strada c’è una ragazza, la guardo.

Da qualche parte ho letto che ogni uomo, in un preciso momento della sua esistenza, incontra sul suo cammino un’apparizione diversa da tutto quello che gli è capitato di vedere fino a quel momento. Un’apparizione che almeno una volta desterà in lui un sentimento diverso da quelli che è destinato a provare per tutta la vita. L’apparizione di una donna, per esempio, che non è una donna qualsiasi, non una visione, ma la visione. E se la mia visione fosse proprio quella ragazza all’incrocio? Stringe un mazzo di fiori, le ciocche di capelli morbide e chiare le scendono sulle spalle. I colori che le stanno intorno, le luci del semaforo, i petali dei fiori, gli adesivi dei traslochi appiccicati alle saracinesche chiuse, sembrano tutti brillare in sua funzione. Mi chiedo se la lettera l’abbia scritta lei. Per la precisione prego Iddio che la lettera l’abbia scritta lei. Potrebbe averla scritta chiunque, in questa enorme affollata città. Ma è più verosimile sia stata qualcuna che ha assistito a un mio spettacolo. Qualcuna che magari mi ammirava mentre stupivo i ragazzini con i miei numeri: “Dove sono i bambini? Eccoli!”.

O forse no. Non mi ha mai visto all’opera. Che se lo avesse fatto lo saprebbe: quello della divisione in due parti dell’assistente non è un numero che pratico.

Entro all’ufficio postale. Prendo il numerino, controllo sul terminale quanta gente c’è davanti a me, sono ottanta persone. Vedo un posto libero e faccio per andarmi a sedere. In piedi, accanto alla sedia, c’è una signora anziana. Penso che forse a un certo punto vorrà sedersi lei. Restiamo entrambi in piedi, uno alla destra, l’altra alla sinistra del posto vuoto. Controlliamo il terminale.

Sulla sedia vuota compare una giovane ragazza. Stringe un mazzo di fiori, è quella che ho visto all’incrocio. Ha un numerino con un altro codice. Deve fare un’operazione diversa dalla mia, che devo pagare una tassa, e infatti la chiamano prima di me. Si alza, va allo sportello, poggia i fiori, lo fa con una certa forza, dice che gli è arrivata una multa di duecento euro e che non vuole pagare. «Perché non la vuoi pagare?», chiede l’impiegato, giustamente incuriosito. Il motivo che adduce la ragazza è che la multa è sbagliata e che lei invece è nel giusto, che come motivazione mi sembra più che valida e fossi l’impiegato, anche solo per chiudere in fretta la questione ed evitare ulteriori confronti, io le direi: “Ok, a posto così”.

Ma l’impiegato si mostra diffidente e inizia a chiedere informazioni e documenti, che ormai si sa, gli statali fanno un po’ ciò che vogliono. Lei però sembra pronta. Elenca le informazioni, mostra i documenti, e facendo tutte queste operazioni continua a sbattere i fiori di qua e di là che io penso forse le sarebbe convenuto passare prima all’ufficio postale e poi dopo dal fioraio. Mi prende quasi il ghiribizzo di andare a dirglielo, mentre lei e l’impiegato stanno per arrivare alle mani. Il loro dibattere sembra quello pacato fra il mio bastardino e i pinscher del professor Pitale. Alla fine non lo faccio, non le dico niente. E alla fine ha ragione lei, la multa non le era dovuta. A me, che mancano settantacinque numeri per poter pagare una tassa, quella ragazza che in cinque minuti è arrivata, ha combattuto e ha vinto, mi sembra un’amazzone. Armata di fiori.

“Dimenticateli”, penso fra me. “Dimenticati i fiori, così posso venirteli a portare”. Forse dovrei prepararmi un discorso nell’eventualità che questo accada, dato che io improvvisare lo faccio poco, improvvisare mi costa fatica.

Ma un guerriero non scorda mai la sua spada. La ragazza dei fiori esce coi fiori, e nell’ufficio torna un quieto brontolio generale scandito dai bip del terminale, finché l’impiegato, ripresosi a fatica dalla battaglia, mi guarda da dietro al vetro e mi dice: «La signorina ha lasciato qui la ricevuta, portagliela». Lo dice proprio a me, e questo è per forza destino! Ma dato che ci metto un po’ di tempo ad articolare una risposta, dato che mi vede così interdetto l’impiegato mi domanda: «Mi capisci?».

Guardo l’impiegato, vedo che mancano settantadue persone al mio turno, mi alzo a prendere la ricevuta, mi affretto fuori e urlo: «Signorina!».

Lei non mi sente, ha già riattraversato l’incrocio, io aspetto il verde del semaforo anche se non passa nessuno, poi la raggiungo svelto schivando i pedoni che ascoltano musica con le cuffie e che non mi sentono quando chiedo permesso, sono a un passo da lei, le dico: «Signorina», ma ancora non mi sente, pure se lei non ce le ha le cuffie. “Che faccio, le busso?” penso. Avvicino la mia mano alla sua spalla, ma poi penso sia poco educato, la ritraggo. Vado più veloce, la supero e le giro attorno finché non la guardo negli occhi, le dico: «Signorina, la ricevuta».

«Ah! Grazie» mi dice appallottolandola.

Lei non parla, io figuriamoci. Passa un motorino.

Già annoiata, l’amazzone mi allunga una mano: «Mi chiamo Laretta».

«Mh!», è tutto quello che riesco a rispondere, stringendogliela piano.

Avrei dovuto prepararmi un discorso.

Torna il silenzio. Poi un altro motorino. Che strada trafficata, penso.

Lei mi scruta. Ansimo, poi mi lancio.

«Regalo di uno spasimante?» improvviso, alludendo ai fiori.

«Sì» mi risponde. «Li vuoi? Me ne regalano così tanti che non so dove metterli».

Me li porge con forza, anzi me li spinge proprio sul petto, facendo cascare altri petali. «Ti faccio un buon prezzo» dice alla fine.

E, dato che ho la solita difficoltà ad articolare una risposta, lei si riprende i fiori, mi dice che scherzava, che li ha comprati per sua mamma, che mi sta prendendo in giro.

Non fate tanto i gradassi, rinfoderate i risolini. Voi abituati a trattare ad armi pari coll’autostima vedrete in questo breve scambio una disfatta, ma per me l’incontro sta prendendo una piega interessante. La mia visione mi ha preso in giro, e mi pare una buona notizia. Poi il discorso continua più o meno con lei che mi chiede: «Quindi ti piacciono i fiori?»

«Sono colorati. Rossi, arancioni, azzurri…».

«Un intenditore, vedo».

«Voglio dire, mi piace il tuo mazzo perché hai scelto tinte forti. Ma non sono un grande appassionato di fiori».

«Peccato».

«È che un giorno una ragazza con cui sono stato per sei anni mi ha detto che doveva parlarmi, che la nostra storia stava prendendo una brutta piega, che non ero più in grado di concentrarmi sul senso delle sue parole, che ormai non erano più rose e fiori. Io non trovai di meglio che risponderle che le rose erano già dei fiori. Ci lasciammo la sera stessa. Non sono un grande appassionato, no».

Stavolta è l’amazzone a rimanere interdetta. Decide di cambiare argomento.

«Me lo dici come ti chiami o vuoi mantenere il riserbo?».

«Giacomo. Vivacchio. Vivacchio è il cognome».

«Hai programmi per domani sera, Vivacchio?» mi chiede, e io penso che è fatta.

Le rispondo: «No».

Mi dice che danno il cinema in piazza. «Ci vediamo lì?»

Le rispondo: «Sì».

Sorride, si ravvia i capelli, poi si incammina. Coi fiori in mano e il portamento da amazzone.

Penso che sembra venuta da un’altro mondo, penso che sembra un prodigio, penso che cristo, sì che ho programmi, domani sera, ho la festa di un ragazzino, mi hanno anche già pagato.

Eppure era tutto perfetto, mi aveva chiesto se avevo impegni, le avevo risposto di no. Stasera ci saremmo baciati e saremmo stati assieme per sei anni. O forse no, forse stasera avremmo solo guardato il film, mi sarei innamorato di lei e mi sarei disperato perché lei non avrebbe ricambiato il mio amore, mi sarebbe andato bene lo stesso. È un periodo che accetto di tutto.

Certo preferirei il bacio, i sei anni, persino il messaggio su whatsapp con il cappio comprato in sconto dal ferramenta. Sarei disposto persino a pagare il prezzo intero. Ma per mandarle il messaggio avrei bisogno del suo numero e io, imbranato come sono, non me lo sono fatto dare. Dovrei raggiungerla, e chiederglielo. E avvisarla che domani sera ho programmi, ma che ci si può vedere dopodomani, o stasera stessa. Ma la ragazza dei fiori è sempre più lontana, io non la vedo già più. Alakazam. Sparita. Dovrei correre per ritrovarla. E io, quando corro, sono goffo.

Torno all’ufficio postale e ci sono cinquantadue persone prima del mio turno.

L’anziana signora alla fine si è seduta sulla sedia lasciata vuota dall’amazzone.

Nell’ufficio un quieto brontolio è scandito dai bip del terminale.

Chissà chi è stato, vi chiederete anche voi, a scrivere una lettera d’amore, a me.

Qualche giorno fa ho incontrato il professor Pitale coi due pinscher, io stavo uscendo, dovevo andare a fare la spesa, i negozi stavano per chiudere. «Alla fine mi sono separato da mia moglie» mi ha detto seccato, come se io avessi chiesto spiegazioni. Non ne avevo chieste di spiegazioni, io ero di fretta, stavo uscendo. Il professore ha indicato con la testa i suoi cani: «Loro li porto con me, così nessuno darà più fastidio al tuo bastardino, contento?».

Poi ha sceso le scale mugugnando qualcosa sul pregiudizio, e sull’ignoranza, e sull’odio che ha vinto ancora una volta. Tirava una valigia con una mano e teneva i guinzagli nell’altra. I pinscher continuavano a sbraitare nella mia direzione. E non avevo con me neppure il cane.

 

 

 

Farina Fioreglut senza glutine, Mozzillo

Angelo Mozzillo nasce a Napoli e vive a Milano. Si divide fra libri per bambini, reportage narrativi, crisi dei trent’anni e sceneggiature. Adora pizze, torte e croissant, ma è celiaco.

 

 

 

 

 

Cono, immagine personale Marsiglietti

Massimiliano Marsiglietti è un fotografo modenese appassionato di ritratto e affascinato dalle persone. Tutte.