Siamo arrivati infine al terzo numero di efemera. Molti di voi i racconti li hanno già letti prima che svanissero online, ma è sempre buona cosa, se vi sono piaciuti o se ve ne mancano alcuni, procurarsi la nostra raccolta finale.

Come ripetiamo (ossessivamente, sigh) dall’inizio, questo sarà l’ultimo numero della rivista, così come l’avete conosciuta. Nonostante sia stato un tema che abbiamo ricordato più volte, lo facciamo una volta di più: il mondo delle riviste lit-web è affollatissimo, e non era nostra intenzione diventare attori fissi di questa dinamica e importante scena letteraria emergente, quanto piuttosto risaltare per – minime – dimensioni e qualità.

L’idea è stata quella di giocare un po’, mettersi alla prova con un limite temporale che costringesse tutti, noi e gli autori, a dare il massimo, per poter offrire al lettore un’opera organica, evolutiva e definitiva. In tre atti.

Per contro, la scelta della sua volatilità era una metafora, nella direzione non tanto del memento mori, quanto del dare importanza a quello che si legge. Troppo spesso i racconti vengono letti da pochi, pochissimi; di fretta e solo per poter mettere una spunta nel proprio listino di scrittori/lettori. Insomma, abbiamo cercato con il paradosso di dare rilievo a quello che si legge, quello che si scrive. Lasciare evaporare, per dare risalto al depositato.

E dopo tutti questi sofismi, quello che rimane è la parola scritta, e il suo residuo nella mente del lettore. Passiamo quindi a riepilogare i contenuti del terzo numero, che dopo stasi e acerbo è stavolta centrato sull’ardere: una naturale conclusione che ha portato a racconti piuttosto “definitivi”.

Abbiamo una storia americana che profuma di lime e mare toscano. Ma ehi, caveat emptor, è molto rock e poco light. È Rachele Salvini a proporcela. Poi c’è un affresco pittorico e infernalesco di un patto con la morte, di Gianni Somigli. Segue la storia di una cena e di un appuntamento, che scivola via come polvere nel vento, da Giulia Manno. Il quarto è Niccolò Amelii con la sua rappresentazione di una coppia alle prese con un dolore mostruoso.

Anna Maria Ardito risolleva i toni con un po’ di liberazione sessuale, che non sempre è così liberatoria; Margherita Orsi ci ha scritto una favola malinconica in bilico tra il restare e il lasciare; Ezio Azzollini ci parla di un viaggio in auto e di una gomma bucata tra le alpi austriache. Infine abbiamo il testamento spirituale di un metalmeccanico in pensione, che si toglie alcuni sassolini nella scarpa nei confronti dei suoi familiari; ce lo propone Guido Casamichiela. Per poi chiudere con le inquietanti teste canine dell’ultimo nostro appuntamento (a tutti gli effetti), di Andrea Sola.

Speriamo che il risultato finale di questi due anni di lavoro soddisfi voi come rende orgogliosi noi: non pensavamo che sarebbe stato un sottofondo della prigionia più inaspettata mai vissuta, ma ne siamo diventati interpreti nostro malgrado: vorremmo che efemera venisse ricordata, più che come rivista della pandemia, come rivista della liberazione: e speriamo che la sua fine sia un presagio di ripartenza, esplosione, gioia e nuove speranze.

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